Oltre i fiordi
Per la prima volta Cristian Mungiu lascia la Romania per ambientare un suo film interamente in terra straniera. Con Fjörd, presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, il regista rumeno porta il proprio cinema nei paesaggi estremi della Norvegia, senza però abbandonare le ossessioni morali e sociali che da sempre attraversano la sua opera. La Croisette rappresenta ormai il luogo naturale della sua carriera: proprio a Cannes Mungiu conquista infatti la sua seconda Palma d’Oro, privilegio riservato a pochissimi autori nella storia della kermesse, da Francis Ford Coppola a Shohei Imamura, dai fratelli Dardenne a Emir Kusturica, Michael Haneke, Ken Loach e Ruben Östlund. Un riconoscimento che arriva quasi vent’anni dopo quello ottenuto nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, film simbolo della nouvelle vague rumena e opera che contribuì in maniera decisiva a imporre il nuovo cinema rumeno all’attenzione internazionale.
Sebbene Fjörd rappresenti il primo vero spostamento geografico del regista, il tema della diaspora rumena era già profondamente presente nel suo cinema, così come in quello di altri cineasti contemporanei, tra cui Radu Jude proprio con il film Le Journal d’une femme de chambre, presentato anch’esso al 79° Festival di Cannes, alla Quinzaine des Cinéastes. In Un padre, una figlia, per esempio, Mungiu raccontava la storia di una generazione rimasta in Romania dopo la caduta del regime comunista, animata inizialmente dall’illusione di poter costruire un paese nuovo e poi sprofondata nella disillusione, fino al punto di ricorrere alla corruzione pur di garantire alla figlia la possibilità di emigrare. In Animali selvatici seguiva invece un uomo tornato in Transilvania dopo anni trascorsi in Germania, mentre nel suo villaggio esplodevano tensioni xenofobe contro alcuni operai cingalesi. Il tema dell’immigrazione, nel cinema di Mungiu, è sempre stato legato a una duplice dimensione: da una parte la speranza, quando non la necessità, di trovare altrove condizioni di vita migliori; dall’altra il difficile processo di integrazione e il rifiuto culturale che spesso accompagna l’arrivo dello straniero nelle comunità di destinazione. In Fjörd questi elementi diventano il centro stesso del racconto. Protagonista è la famiglia Gheorghiu, composta da Mihai, ingegnere informatico rumeno, dalla moglie norvegese Lisbet e dai loro cinque figli, che lascia Bucarest per trasferirsi in un piccolo centro della Norvegia settentrionale, luogo d’origine della famiglia della donna. Qui Mihai accetta un lavoro da semplice impiegato, mentre Lisbet trova occupazione presso l’obitorio locale.
La prima immagine del film, destinata a ripresentarsi anche nel finale, mostra il battello con la famiglia a bordo attraversare le acque gelide dei fiordi, circondato da quelle immense pareti rocciose che sembrano schiacciare ogni presenza umana. È un paesaggio di straordinario fascino, ma anche profondamente ostile, che conferma ancora una volta il ruolo centrale della natura nel cinema di Mungiu. Una natura abitata da animali selvatici e cani randagi, che l’uomo tenta inutilmente di controllare o addomesticare. Il fiordo diventa così uno spazio fisico e simbolico insieme: magnifico e al tempo stesso oppressivo, luogo di accoglienza ma anche di isolamento e sede di una piccola, quanto gretta, comunità umana. A questa immagine se ne accompagna un’altra, perturbante, che ritorna più volte nel corso del film: il corpo di un cadavere nella sala mortuaria dove lavora Lisbet, intenta a praticare la tanatoprassi, quel maquillage destinato a preparare il defunto per la camera ardente. È una scena volutamente sgradevole, carica di significati. Da un lato rimanda ai lavori umili e invisibili, che nessuno vorrebbe fare, spesso affidati agli immigrati; dall’altro assume un valore metaforico che sembra proseguire il discorso già avviato in Animali selvatici con la risonanza magnetica: l’idea di una putrefazione morale dell’Europa contemporanea, proprio nei paesi che incarnano il modello più avanzato di welfare, efficienza e benessere sociale, ovvero i paesi scandinavi. Ma quella stessa scena richiama anche il tema della cura e dell’ultimo gesto di pietà verso il corpo umano defunto, una sensibilità che attraversa, con varianti, culture e religioni diverse.
Ancora una volta Mungiu osserva le dinamiche interne di una piccola comunità e i meccanismi di esclusione che si attivano nei confronti di chi viene percepito come diverso. I Gheorghiu sono cristiani evangelici, trascorrono gran parte del loro tempo leggendo la Bibbia e rifiutano completamente l’uso di Internet. La loro religiosità rigorosa suscita diffidenza nei vicini di casa, soprattutto nel padre della famiglia accanto, direttore della scuola frequentata dai bambini di entrambe le famiglie. Il conflitto esplode quando sul corpo di una delle figlie dei Gheorghiu vengono notate delle ecchimosi. Si attivano immediatamente i meccanismi della child protection norvegese e i due genitori finiscono sotto indagine, rischiando non solo la prigione ma anche la perdita della patria potestà. Il film diventa così un courtroom movie. La vicenda che viene presto strumentalizzata dalle forze dell’estrema destra locale. Mungiu evita accuratamente ogni semplificazione ideologica. Il padre accusato non è un uomo conservatore, dalle idee reazionarie, che ha partecipato a manifestazioni per la famiglia tradizionale. Allo stesso tempo il regista non trasforma le istituzioni norvegesi in un apparato oppressivo monolitico.
Considerare Fjörd semplicemente come un film contro gli eccessi della cultura woke significherebbe ignorare tutte le ambiguità e le zone grigie che il cinema di Mungiu continua a esplorare. A essere messa davvero in discussione è piuttosto l’idea romantica di un’Europa fondata su radici culturali e cristiane comuni. Da una parte emerge la religiosità popolare e ancora profondamente conservatrice di un paese post-comunista come la Romania; dall’altra la laicità e il perfezionismo morale di una società luterana che ha trasformato l’etica protestante della realizzazione piena nella vita terrena, senza demandare a quella ultraterrena, in modello civile e amministrativo. Ancora una volta Mungiu guarda senza giudicare, limitandosi a porre domande e a mettere in scena contraddizioni irrisolte. In un paesaggio estremo, tra i fiordi gelidi, nella punta dell’Europa, il regista non si interroga semplicemente sull’immigrazione interna in un continente che vorrebbe la libera circolazione al suo interno, ma mettendo in scena le contraddizioni della società europea, nella sua composizione culturale eterogenea, composta da nazioni che hanno avuto storie diverse.
Giampiero Raganelli









