R.M.N.

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il sonno della ragione genera orsi

Torna a Cannes, in concorso, Cristian Mungiu, il grande interprete del nuovo cinema rumeno che proprio sulla Croisette si è fatto conoscere e ha maturato la sua carriera, dalla Palma d’oro rivelazione con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, alla migliore sceneggiatura con Oltre le colline e alla migliore regia con Un padre, una figlia. R.M.N., questo è il titolo del suo film in competizione, appare a oggi il lavoro più complesso, stratificato, allegorico e teorico di quelli visti a Cannes 2022, almeno per quanto riguarda la selezione principale, oltre a rappresentare una tappa molto alta della maturazione artistica del regista. Il titolo ha un duplice significato, da un lato allude alla Romania, dall’altro alla risonanza magnetica nucleare, cui è sottoposto un personaggio anziano. Evidente quindi l’enunciazione di quello che vuole essere il film, ovvero una scansione accurata e precisa di uno stato morente, affetto da un buon numero di patologie.
Il film segue il personaggio dell’immigrato rumeno Matthias che, nel periodo natalizio, scappa dalla Germania, dove lavora in un macello, per tornare furtivamente al suo villaggio d’origine, in Transilvania per ritrovarsi con il figlioletto Rudi, la madre di quest’ultimo Ana, la sua ex-amante Csilla e l’anziano genitore Otto. Tutto il film è iscritto in un immaginario controcampo del bambino Rudi che, passeggiando tra i boschi, si spaventa per aver visto un uomo impiccato. Ma non vediamo il relativo controcampo: solo verso la fine del film si impiccherà nel bosco il padre Otto, forse per la depressione conseguente alla scoperta di una malattia incurabile. Quella del piccolo è quindi come una preveggenza seguendo l’ordine narrativo del film che rimane sempre sul filo sottile tra realtà e allegoria, razionale e irrazionale. Dicotomie che trovano rispondenza anche nella presenza di animali nel film. Nella prima scena abbiamo le pecore al mattatoio e, in un momento successivo, Matthias si occuperà di macellare un maiale. In uno dei primi momenti nel villaggio transilvano, in una zona collinare, immerso tra i boschi dove pure è in atto un disboscamento selvaggio, è bene in evidenza un cartello di attenzione per il pericolo di animali selvatici. Gli abitanti non sono molto animalisti e non vogliono diventare lo zoo d’Europa, rifiutando i progetti di ripopolamento di fauna selvatica. Il film si gioca sul conflitto tra una natura addomesticata e sfruttata come pura fonte di materia prima, e una natura invece selvatica, minacciosa e pericolosa. Laddove la seconda si incarna nei mostri che albergano nel villaggio, primo di tutti il razzismo strusciante. L’enigmatica scena finale vede la presenza proprio di orsi. Veri o uomini camuffati, modello Ku Klux Klan, come quelli che avevano cercato di incendiare la casa di Csilla che dava rifugio ai due cingalesi? Mungiu li filma in modo molto realistico, tanto da mantenere sottilmente l’ambiguità: sembrano orsi veri ma si muovono coordinati come solo degli esseri umani potrebbero fare.
Il villaggio in cui si svolge il film è una sorta di Twin Peaks in Transilvania, dalla connotazione multietnica. Si svolgono manifestazioni folkloristiche, dove si usano anche costumi di animali nella coerenza antropologica del discorso di cui sopra. Ci sono abitanti che parlano in rumeno, altri in rumeno con accento, e poi quelli invece di lingua tedesca e di lingua ungherese. Vicino a questo centro abitato si trova una immensa miniera ormai dismessa, un paesaggio spettrale, ma che ancora lascia un segno. I corsi d’acqua risultano infatti ancora contaminati da quella attività estrattiva, come spiega Matthias al figlioletto in uno dei momenti in cui lo porta in giro per la natura, nella sua concezione pedagogica di voler formare un uomo vero. L’attività principale del paese è ora rappresentata da un panificio, in cui Csilla è una dirigente, a carattere industriale, che rifornisce di pane tutto il paese. Un equilibrio di vita precario, una polveriera che esplode con la miccia rappresentata dal razzismo che si genera dall’arrivo di due lavoratori cingalesi nel panificio, assunti non tanto per motivi filantropici terzomondisti quanto per poter accedere a specifici finanziamenti europei. Nonostante la connotazione stessa multietnica della popolazione, il suo trovarsi in una posizione di confine, e la presenza al suo interno di persone che hanno lavorato all’estero, la xenofobia esplode in tutta la sua atavica barbarie. Un razzismo fatto di ignoranza, i due vengono erroneamente classificati come musulmani, e ancora una volta comporta un’argomentazione legata all’uso delle risorse animali, visto che l’unica differenza dello stile di vita dei due cingalesi è che non mangiano la carne di porco. E davvero mediocre appare la figura del parroco, che asseconda molto facilmente il ripugnante sentimento razzista della comunità. Tutto esplode in quella magistrale, e grottesca, scena dell’assemblea pubblica, dove, nella tensione della situazione si aggiungono le avance di Matthias. E dove Csilla si conferma l’unico personaggio positivo del film, lei che è anche una musicista e che è associata a momenti musicali, dove le soavi note di Shigeru Umebayashi, per il brano già in In the Mood for Love, fanno da contraltare alla barbarie che dilaga. Ma alla fine non potrà che trionfare il caos, il suicidio di un paese già in metastasi, racchiuso in quel controcampo cinematografico, percepibile solo dagli occhi di un bambino.

Giampiero Raganelli

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