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Scarlet

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VOTO: 6

È possibile perdonare?

Ha fatto fin da subito grande piacere leggere il nome di Mamoru Hosoda all’interno della selezione dell’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Già, perché, di fatto, il celebre cineasta giapponese, tra i grandissimi nomi del cinema d’animazione, di belle sorprese nel corso degli anni ce ne ha regalate davvero tante. E così, dunque, Scarlet, la sua ultima fatica, presentato fuori concorso al Lido, ha immediatamente sollevato l’attenzione di pubblico e critica. Sarà riuscito, dunque, Hosoda a soddisfare tutte le aspettative? Presto detto.
Scarlet, dunque, prende spunto dall’Amleto di William Shakespeare al fine di raccontarci una storia dalle connotazioni universali, in cui passato e presente si incontrano, in cui l’eterna lotta tra il bene e il male fatica a trovare una propria fine, in cui una coraggiosa eroina deve trovare la forza di superare un forte desiderio di vendetta. Lei, dunque, è, di fatto, Scarlet, principessa e talentuosa spadaccina che, dopo essere stata avvelenata da suo zio (già responsabile della morte di suo padre), si ritrova in una sorta di non luogo, dove la vita e la morte coesistono. Qui la ragazza incontra un giovane infermiere proveniente da un’epoca futura, che la aiuterà a capire cosa conti realmente, al fine di poter vivere in un mondo libero dai conflitti. Riuscirà la nostra Scarlet a placare il suo desiderio di vendetta, una volta riunitasi con suo zio?

Senza ombra di dubbio, questo ultimo lavoro di Mamoru Hosoda prende il via nel migliore dei modi: con un’eroina solida e ben scritta, una location (il sopracitato non luogo) decisamente accattivante e, non per ultimi, con fondali e animazioni ricercati e studiati fin nel minimo dettaglio.
E, di fatto, la cosa, soprattutto per quanto riguarda la prima parte del film, funziona. Già, perché, di fatto, malgrado i numerosi riferimenti alla celeberrima tragedia di Shakespeare, Scarlet trova comunque una propria strada e una propria identità, senza mai rifare pedissequamente l’opera originale, ma, al contrario, trovando un proprio percorso, a sua volta ulteriormente arricchito dall’incontro, all’interno della narrazione, di diverse epoche e diverse culture.
Il problema principale di questo ultimo lungometraggio di Mamoru Hosoda, tuttavia, risiede proprio nella sua seconda parte, quando il tutto prende una piega via via sempre più retorica e quasi “telefonata”, con tanto di messaggio finale sì inattaccabile, ma anche, purtroppo, estremamente semplicistico, che fa sì che l’intero lavoro finisca irrimediabilmente per sgonfiarsi come un palloncino. Peccato. Soprattutto perché da un regista di tale calibro ci si aspetterebbe davvero molto di più (soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura stessa). Sono assai lontani, dunque, i tempi gloriosi di La Ragazza che saltava nel Tempo (2006) o di Wolf Children (2012). E chissà se, in futuro, ci verranno nuovamente regalate perle del genere.

Marina Pavido

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