Draghi “virtuali” e Vichinghi “in carne ed ossa”.
Quella di far rivivere in “live action” i classici dell’animazione americana, con in testa naturalmente i prodotti Disney, è tra le mode più controverse. Tanto vale confessare che di fronte a La sirenetta (2023) e Biancaneve (2025) è subentrato in noialtri un categorico rifiuto. Con altrettanto candore, confessiamo invece che l’analoga operazione tentata dalla DreamWorks con un film come Dragon Trainer (How to Train Your Dragon, 2025), appena affacciatosi nelle sale italiane, ci è garbata non poco…
Una prima differenza balza immediatamente all’occhio: il minor tempo trascorso tra gli antecedenti animati e la versione “live action”. Se infatti nel caso dei “classiconi” Disney divenuti da tempo pietre miliari del cinema d’animazione, tale update è parso a molti una profanazione non soltanto da un punto di vista teorico, “ideologico” (con le chincaglierie di derivazione “woke”, nel caso di Biancaneve, ad appesantire e banalizzare il tutto), ma anche sotto il profilo prettamente estetico (laddove ai disegni così adorabilmente “vintage” del passato non è andato a sostituirsi nulla di memorabile), il potenziale “trauma” nella popolare saga in cui vediamo fronteggiarsi (o collaborare) Draghi & Vichinghi si è alquanto ridimensionato.
Procediamo con ordine. Con sullo sfondo la paritetica ispirazione tratta da “Come addestrare un drago”, libro scritto nel 2003 da Cressida Cowell, il remake in live action dell’omonimo film d’animazione datato 2010 (da cui è poi scaturita un’autentica saga) riprende di quel primo capitolo praticamente tutto. In modo anche piuttosto fedele. Quelle che sono tornate a vivere sullo schermo sono pertanto le immaginifiche, picaresche avventure di Hiccup, giovane vichingo figlio di un amatissimo capo villaggio nonché ammazzatore di draghi, che vorrebbe essere all’altezza di cotanto padre portando avanti la tradizione di famiglia. Con scarso successo, dato che fino al fatidico “rito di passaggio” programmato annualmente in quell’arena, dove sono tenuti prigionieri alcuni esemplari dei temutissimi sputafiamme, tutta la gente del villaggio non ha fatto altro che considerarlo, al massimo, un volenteroso artigiano e inventore, di certo non un guerriero. Tutto però ha cominciato a prendere una piega inaspettata, dal momento in cui Hiccup si è ritrovato ad accudire in gran segreto un esemplare ferito di Furia Buia (considerata la specie più pericolosa), da lui battezzato Sdentato, scoprendo così che anche i draghi possono essere addestrati e che certe loro abitudini li rendono più simili a grossi felini giocherelloni, che ai sauri spietati e intrattabili degli antichi testi vichinghi…
Senza esplorare oltre una trama del resto già nota, ci siamo posti il problema di come potesse rifiorire il “sense of wonder” del neanche troppo datato lungometraggio d’animazione. Quel risultato artistico resta probabilmente irraggiungibile. Ma questo aggiornamento con attori in carne e ossa alla fin fine non sfigura affatto. Certo, c’è da superare l’iniziale imbarazzo, dovuto all’effetto un po’ da Asterix & Oblix in versione ugualmente live action, che gli abitanti del villaggio sia anziani che giovani possono in parte suggerire, coi loro esageratamente pittoreschi costumi. Un cast ben concepito aiuta però strada facendo a superare quell’aurorale scetticismo, lasciando che si empatizzi sempre più per i protagonisti. Mason Thames (giovanissimo attore che si è fatto le ossa in qualche dozzinale film horror) col suo look old fashioned è un Hiccup Horrendous Haddock III credibile, finanche simpatico. Gerard Butler nei panni del collerico capo vichingo Stoick l’Immenso non si discute. Altre presenze riferite al cast ”umano” si fanno ugualmente apprezzare.
Per i draghi il passaggio è stato senz’altro meno “radicale”, dovendo intervenire comunque la computer grafica. Qui il “sognatore” Dean DeBlois, che per inciso è lo stesso regista dei vari episodi animati della saga, tutti di altissimo livello (e tra i quali ricordiamo con particolare entusiasmo Dragon trainer – Il mondo nascosto), sul già decantato “sense of wonder” ha operato anche meglio, amalgamando nel migliore dei modi presenze umane e creature animate al computer, specialmente in quelle sequenze di volo acrobatico che si confermano pure qui le più affascinanti, incantando lo sguardo. Complici naturalmente i maestosi paesaggi costieri islandesi. Così come incanta, ancora una volta, la morale di un film che diverte i più grandicelli e offre modelli positivi ai piccini, esortati da un lato a collaborare per migliorare la società in cui vivono, dall’altro a rialzarsi sempre da terra dopo qualsiasi perdita: le menomazioni, cui devono far fronte con coraggio sia Sdentato che il suo cavaliere Hiccup, continuano del resto a rappresentare una grande lezione di vita.
Stefano Coccia









