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Santosh

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VOTO: 7

La cattiva tenente indiana

Preceduto dalla notizia della sua censura in patria, Santosh, esordio al lungometraggio di finzione per la regista angloindiana Sandhya Suri, arriva al Festival Cinema Africano Asia Africa e America Latina 2025, nel Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo, aggiudicandosi il primo premio. Il film aveva visto la sua premiere a Cannes 2024, in Un Certain Regard, ed è stato il candidato del Regno Unito agli Oscar di quest’anno come miglior film internazionale. Con un unico film la regista riesce a denunciare una gran quantità di mali che affliggono l’India, quanto meno quella settentrionale dove è ambientato. La condizione femminile, la società divisa in caste, dove i fuori casta sono ancora gli ultimi, la condizione carceraria e l’adozione di sistemi violenti e sbrigativi per i detenuti, le turbolenze con i musulmani nel Nord.

Il film racconta di Santosh, una donna ventottenne, che rimane vedova perché il marito, che è un poliziotto, viene ucciso nell’esercizio del suo lavoro. Si scoprirà che questo è successo durante dei tumulti provocati dalle minoranze musulmane. La protagonista deve vedersela anche con i suoceri che, sotto sotto, la incolpano di aver determinato la morte del loro figlio non avendo mai accettato che i due non fossero sposati con matrimonio combinato. Così Santosh accetterà un meccanismo di compensazione che le permette di indossare la divisa e prendere il posto del marito tra le forze dell’ordine. Si troverà quindi in un contesto fortemente sessista. Verrà coinvolta in un’indagine per la morte di una giovane donna Dalit, ovvero fuori casta, di cui viene accusato un giovane musulmano. Santosh è una donna forte, una Gloria / Gena Rowlands trasportata in un contesto indiano. Attraverso lei e la detection, Sandhya Suri scoperchia le tare ataviche del paese. Il quadro che ne esce è in effetti impietoso. Nessun personaggio sembra salvarsi, a parte la protagonista, e nemmeno completamente, e ogni prospettiva che sembra superare i mali perenni dell’India, viene alla fine smentita e ribaltata.

L’esempio più clamoroso è quello del corpo di polizia femminile, comandato da una donna, una poliziotta anziana ed esperta di nome Sharma. Un corpo specializzato ovviamente nei reati contro la donna. Il film introduce questo personaggio solo a un certo punto, e dopo che il comandante, che fin lì sembrava un bonaccione, si lascia sfuggire una considerazione sullo stupro intervistato all TV: in fondo sono le donne che vestono in maniera discinta a cercarselo. Sembra una boccata d’ossigeno, per gli spettatori internazionali, venire a sapere che in India esistano corpi di polizia così avanzati e specializzati nella tutela delle donne. Ma la doccia fredda arriva quando si vede che anche queste poliziotte non lesinano in pestaggi e torture a sangue dell’indagato per farlo confessare. Non importa poi se sia davvero lui il colpevole, potrebbe essere anche un capro espiatorio per chiudere la vicenda e mostrare l’efficienza delle forze dell’ordine. Se poi ci scappa il morto, poco importa. Può succedere e a dirlo è la stessa Sharma. E anche la protagonista, Santosh, non si sottrarrà a percuotere il povero detenuto con un asse raccolto da terra. Una scena lunghissima, tremenda, che ricorda certi meccanismi kubrickiani dove la violenza scaturisce spontaneamente come una necessità fisiologica, come la scena, in Full Metal Jacket, del pestaggio di Palla di Lardo nel dormitorio, cui partecipa lo stesso suo amico Joker. Quello che colpisce, in Santosh, è l’assoluta naturalezza e spontaneità con cui poliziotti e poliziotte eseguono quella violenza, come se fosse una pratica normalissima.

Proprio questa parte del film ha determinato il mancato visto di censura da parte delle autorità indiane. Possibile che la regista Sandhya Suri, nata e vissuta in Gran Bretagna da genitori di origine indiana, abbia ecceduto o calcato la mano. Le va dato comunque atto di aver costruito una fiction valorizzando la sua esperienza pregressa nel campo del documentario, e di avere creato un solido film di genere, con ottimi personaggi, usando uno stile sempre spiazzante come nel frequente utilizzo della macchina a mano, in modo da minare sempre ogni certezza. Santosh rimane un film potente e coraggioso, che mette a nudo le contraddizioni e le violenze sistemiche di una società ancora intrappolata in dinamiche arcaiche, dove ogni spinta di superarle sembra vana. Santosh è un personaggio complesso e tormentato che rappresenta una figura di resistenza che non si sottrae al buio interiore che la circonda. È proprio questa mancanza di facile redenzione a rendere il film autentico e spiazzante.

Giampiero Raganelli

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