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Familia

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VOTO: 8.5

Bisogna imparare ad Amar(si)

Ogni titolo di un’opera è frutto di un ragionamento, chissà magari è arrivato anche d’istinto, ma per darlo come definitivo, ci si deve riflettere perché resterà impresso sulla copertina di un libro o di un album, sullo schermo. Come spesso si dice nel giornalismo, la prima cosa che leggono i lettori sono i titoli per cui devono saper catturare. Ecco, in quest’ultimo lavoro di Francesco Costabile il titolo, Familia, indica già più piani, a partire dal fatto che non si sia optato per ‘famiglia’, ma per il termine da cui deriva etimologicamente e, al contempo, suggerisce come questo lungometraggio voglia andare alla radice della questione.
‘Familia’ è in latino e «significava complesso dei famuli fra cui nell’antica società domestica andavano compresi anche i figli sottoposti alla potestà del padre o membri della casa uniti per legame di sangue» (dall’Accademia della Crusca). Uno degli interrogativi essenziali ed esistenziali che pone il film sta anche nel comprendere se avere lo stesso sangue voglia dire davvero costituire una famiglia (questo nel rapporto genitori e figli). Nella relazione marito-moglie, che ha dato vita a un nucleo famigliare, qual è il limite per cui l’amore non si può più definire tale?
Bisogna davvero entrare in punta di piedi in una vicenda così drammaticamente reale (tratto dal libro “Non sarà sempre così” di Luigi Celeste) e purtroppo, in molti elementi, all’ordine del giorno nella nostra società. La sceneggiatura prima (curata dallo stesso Costabile con Vittorio Moroni e Adriano Chiarelli) e gli interpreti in campo dopo sono riusciti a rappresentare una vicenda vera, con grande rispetto e dignità alle persone coinvolte, avendo cura delle sfaccettature.
Luigi Celeste (Francesco Gheghi, meritatamente insignito come Migliore Attore dalla giuria di Orizzonti) ha vent’anni e vive con sua madre Licia (a cui Barbara Ronchi dona anima e corpo) e suo fratello Alessandro (Marco Cicalese, bravo nel fare da contrappunto alla reazione del fratello), i tre sono uniti da un legame profondo. Sono quasi dieci anni che nessuno di loro vede Franco (Francesco Di Leva, che ha ‘giocato’ in sottrazione per poi rivelare le ombre di un uomo), compagno e padre, che ha reso l’infanzia dei due ragazzi e la giovinezza di Licia un ricordo fatto di paura e prevaricazione. Luigi vive la strada e, alla ricerca di un senso di appartenenza e di identità, si unisce a un gruppo di estrema destra dove respira ancora rabbia e sopraffazione. «Ho fatto parte di gruppi di estrema destra, ho seguito un’ideologia d’odio, ho commesso reati, che ho pagato. Purtroppo so cosa è la rabbia incontrollabile che si genera quando cresci nella violenza e nel dolore. Io ho sbagliato. Ogni volta che un ragazzo si trova in una condizione simile, prego che trovi una guida e incanali la rabbia per il bene. Se non lo fa, e fa del male, sarà sempre lui a pagare, a rovinarsi», ha dichiarato Celeste in un’intervista pubblicata sull’edizione milanese del Corriere.
Un giorno, come se nulla fosse accaduto, il padre torna, rivuole i suoi figli, rivuole la sua famiglia. La prima reazione è di stare sulla difensiva, ma, come spesso si sente, l’uomo riesce a convincere di essere cambiato e si insinua in quello che si era costituito come un nuovo equilibrio. Quella di Luigi e della sua famiglia è una storia che arriva al fondo dell’abisso. Non è semplice capire fino in fondo quando non si sono subite delle fratture interiori e non. Lo sguardo di Costabile non è di chi punta il dito, ma allo stesso tempo è quello di chi non vuole voltarsi dall’altra parte. «Nel mio cinema» – spiega nelle note di regia – «è molto importante stare vicino all’attore, esplorare i suoi stati psicologici attraverso il primo piano. Questa intenzione va calibrata con i pesi specifici del film, a volte è necessaria una distanza, uno sguardo meno partecipe. Una differenziazione del punto di vista che è fondamentale per equilibrare la materia del film stesso». Ogni sviluppo ha una ragione d’essere, viene rappresentato con fluidità e naturalezza il percorso di ogni componente nel toccare il fondo per poi saper vedere. Non si edulcora come un nucleo famigliare che sta collassando, in cui si prova a chiedere aiuto, si venga lasciati soli. Assistendo a Familia salirà un groppo in gola che non si può buttare giù facilmente. Restano addosso i gesti violenti così come le carezze, lo sguardo di un figlio che vuole proteggere la propria madre e che ha in memoria lei quasi assente, svuotata, in camicia da notte (subito dopo che si sono sentite le urla e altri suoni provenienti al di là della porta in fondo al corridoio)… sì perché si può essere adulti, innamorati e continuare a dare chance in nome dell’idea di famiglia e/o di amore.
«Non fate figli se non siete in pace con voi stessi, se non sapete di poterli crescere volendo il loro bene. Perché i traumi dei genitori poi ricadono sui figli innocenti, e alimentano una catena», ha risposto Luigi Celeste nell’intervista sopra citata. Un’amara verità che in pochi riescono ad accettare e ancor più vedere.
Presentato in Concorso in Orizzonti a Venezia 81, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti (Starlight International Cinema Award come Miglior Film e Premio rivelazione a Cicalese, Premio Pasinetti a tutto il cast), Familia è nelle nostre sale distribuito da Medusa ed è un appuntamento con lo ‘schermo’ a cui non si può mancare.

Maria Lucia Tangorra

 

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