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If – Gli amici immaginari

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VOTO: 6.5

Il “fanciullino” va solamente risvegliato

Immaginiamo una situazione, tra il serio ed il faceto. Soggetto della stessa il regista e attore John Krasinski. Qualcuno, evidentemente suo amico, prova mettergli una pulce nell’orecchio. “Senti John” direbbe il misterioso dispensatore di consigli “hai fatto due film di fantascienza di successo su letali alieni invasori (la mini saga A Quiet Place, due film e forse un altro a breve ndr). Un po’ lontani dallo spirito di Incontri ravvicinati del terzo tipo ma nel primo lungometraggio, come personaggio, ti sacrifichi per salvare la famiglia. Grosso punto a tuo favore. In passato hai realizzato un film sui rapporti interpersonali nell’ambito di una famiglia disfunzionale (The Hollars, 2016 ndr), una dramedy decisamente ben fatta. Sei giovane, hai una bellissima moglie (Emily Blunt), dei figli. Perché non ti candidi ad erede di Steven Spielberg?”
Probabilmente non sarà andata proprio così, però sta di fatto che If – Gli amici immaginari sposa in tutto e per tutto la poetica spielberghiana che ha cresciuto milioni e milioni di cinefili da ogni parte del mondo. Anche la trama è particolarmente indicativa. La piccola Bea, già orfana di madre, si affaccia alle porte dell’adolescenza. Non è un buon momento. L’amato papà (interpretato da Krasinski stesso) è ricoverato in ospedale a causa di una brutta malattia e lei lo assiste ogni giorno, ospite della nonna, in attesa della decisiva operazione chirurgica. Nel frattempo a Bea (Cailey Fleming) si rifanno vivi quegli “amici immaginari” che aveva ai tempi della tenera infanzia. Infelici per essere stati accantonati. A risolvere la situazione ecco Cal (Ryan Reynolds) umano che riesce ad interagire perfettamente con questi esseri misteriosi e fantasiosi. Per l’appunto frutto delle fantasie individuali.
If – Gli amici immaginari, quarta opera di Krasinski dietro la macchina da presa, si delinea subito come film per tutti. Con i bambini affascinati dall’interazione tra attori in carne ed ossa e cartoni animati ovviamente realizzati in computer graphic con la perfezione tecnica ormai assodata e gli adulti conquistati dalla classica istanza “riaccendi il fanciullino che è in te”. Originale? No. E tuttavia sempre funzionante. A perpetuare la fiamma per l’appunto accesa da tale Steven Spielberg in innumerevoli lungometraggi.
Le letture morali perciò abbondano. Abbiamo sempre bisogno di amici, veri o virtuali che siano. Perché le situazioni esistenziali possono essere tanto dolci quanto aspre, l’importante è avere a fianco qualcuno che ti sostiene. A patto, magari, di ritornare alla purezza infantile, a quell’età in cui tutto appare come verosimile.
Il valore pedagogico di If – Gli amici immaginari risiede tutto nell’importanza di ricordare chi siamo, da dove proveniamo. Senza la consapevolezza del nostro passato sarebbe impossibile definirci da un punto di vista identitario e, di conseguenza, inserirsi serenamente in un qualsiasi contesto sociale. Per i bimbi under dieci che vedranno il film oggi l’invito è quello di rivederlo tra qualche anno, per comprenderne al meglio i punti focali tralasciando quelle scontatezze inevitabili a finalizzare un buon risultato al botteghino.
Se la candidatura di John Krasinski ad erede di Spielberg – nonostante la presenza non casuale di un certo Janusz Kaminski alla voce direttore della fotografia – appare invero abbastanza lontana, non fosse altro che per capacità tecniche, c’è sempre bisogno di lungometraggi apprezzabili da ogni tipologia di pubblico, a prescindere dalla data stampata sulla carta d’identità.

Daniele De Angelis

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