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Trenque Lauquen – Seconda parte

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VOTO: 8,5

Lo spaesamento è totale

Trenque Lauquen è senz’altro uno dei casi cinematografici dell’anno. E la regista, quella Laura Citarella che figura anche – col suo “Diario rurale” – tra le artefici di un interessante lavoro collettivo, a episodi, mostrato anch’esso durante la 16ma edizione del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano a Roma e intitolato Bitácoras, porta avanti una poetica indubbiamente personale; tant’è che la ritroviamo pure tra i fondatori di un gruppo di cineasti, denominato El Pampero Cine, che si pone proprio lo scopo di trasformare in profondità il modo di fare cinema in Argentina.
Eppure, per quanto tale tentativo si colga facendosi anche apprezzare, nella sua indiscutibile eccentricità, singolarità e particolarità d’intenti un’opera come Trenque Lauquen non è certo un monolite comparso in Sudamerica direttamente dallo Spazio, anzi, le sue peculiari atmosfere e quella narrazione rapsodica rivelano più di qualche punto di contatto – seppur da una prospettiva maggiormente minimalista e volendo situazionista – con altre derive del cinema argentino moderno: ad esempio, per una certa tendenza al grottesco, al surreale quotidiano e al paradosso in genere, potrebbero apparirvi attigue certe opere di finzione del compianto Fernando Solanas o il più recente Storie pazzesche (2014) di Damián Szifrón, passando magari per il cinema di Alejandro Agresti o per qualche bizzarra ibridazione di generi, vedi l’originale Moebius diretto nel 1996 da Gustavo Mosquera. E ad ogni modo nel fluviale lungometraggio “bipartito” di Laura Citarella le punte più stranianti si raggiungono proprio in questa seconda parte, dove si avverte un radicale cambio di passo.

Come fosse il tradizionale “riassunto delle puntate precedenti” che si usa per gli sceneggiati televisivi, ripartiamo dunque da quanto già scritto da Michela Aloisi a proposito della prima parte di Trenque Lauquen, per molti versi la più densa di accadimenti: “Laura, il personaggio al centro di questo insolito incastro, è una botanica alla ricerca di una particolare classe floreale, accompagnata in auto sul campo da Ezequiel; inoltre cura una rubrica in radio dedicata alle donne che hanno fatto la storia. La scoperta casuale, in un libro tra quelli presi a prestito dalla biblioteca per la sua rubrica, di una misteriosa lettera d’amore, segna l’inizio di una ricerca parallela: quella degli autori del carteggio segreto e della loro storia d’amore. Ezequiel la accompagna ancora, e – galeotte furono le lettere – tra lui e Laura nasce qualcosa. Ma lei scompare all’improvviso”.
Ordunque, se già in questa prima parte non si poteva affatto pensare di avere davanti una narrazione ordinaria, lineare, convenzionale, nella seconda Laura Citarella si diverte a spiazzare ulteriormente lo spettatore. Il tono generale del racconto si fa più beffardo. E per quanto le linee narrative tracciate all’inizio vengano ribadite, l’attenzione comincia a spostarsi gradualmente dalla scoperta di natura sentimentale avvenuta in biblioteca ad altre misteriose epifanie: su tutte quella della misteriosa creatura rinvenuta in riva al locale laghetto e divenuta oggetto della curiosità, sempre più morbosa, di un’opinione pubblica suggestionata anche da quel programma radiofonico (il jingle di Juliana è solo uno dei tanti tormentoni musicali che la colonna sonora del film, beffarda anch’essa, ritualmente offre al pubblico) riproposto qui quale epicentro tematico di qualche spessore. Più in generale l’apparizione della creatura (citata quasi incidentalmente nella prima parte), l’ascesa prepotente di altri personaggi femminili correlati ad essa, il ruolo grottesco e sornione delle istituzioni nella imbarazzante vicenda, la passione della piccola emittente radiofonica nel comunicare simili notizie e il crescente coinvolgimento personale della protagonista Laura in questo nuovo “caso”, spostano l’asse di un così ondivago racconto cinematografico in direzioni inizialmente imprevedibili. Quasi un accavallarsi di gustosi MacGuffin. Non gratuito, però, visto che le implicazioni esistenziali e socio-politiche di tali novità non tarderanno a manifestarsi, foriere peraltro di una lieve, non trascurabile impronta satirica.

Il mistero sulla reale identità della creatura tiene banco per un po’. Ma non ci si è neppure dimenticati di quella contorta storia d’amore sepolta in un passato di lettere, omissioni e temporanee assenze. Sarà la stessa Laura, alter ego scenico cui il classico “tema del doppio” ammicca senza alcun falso pudore, a farsi carico del peso specifico di quest’altra detection solo apparentemente interrotta; lasciandosi inghiottire dalle campagne circostanti in un epilogo dal timbro misterico, etereo, che non intende regalare allo spettatore soluzioni narrative didascaliche, nette, ma tutt’altro genere di stimoli e di suggestioni.

Stefano Coccia

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