Nascita, sofferenza, privazione, rinascita
In concorso prima al Trieste Science + Fiction Festival, poi al Ravenna Nightmare, My Mother’s Eyes è la conferma dopo Woman of the Photographs (Shashin no onna, 2020) di come il nipponico Takeshi Kushida possa essere ormai considerato un Maestro del perturbante cinematografico. In entrambi i film finora girati il tema della visione e della riproduzione dell’immagine domina incontrastato. Ma in questo suo ultimo lungometraggio assume le proporzioni di vero e proprio shock sensoriale. Coinvolgendo anche, a livello sinestetico, il potere evocativo, atmosferico e in ultima analisi diegetico della musica stessa, qui protagonista aggiunta.
Protagoniste di My Mother’s Eyes sono due donne, Hitomi ed Eri, madre e figlia, entrambe violoncelliste. La splendida carrellata iniziale sulle fotografie che hanno in casa introduce la prima nota (termine quanto mai appropriato, in tale circostanza) inquietante: nel passaggio che dalla carriera solista della madre porta, seguendo un rigoroso ordine cronologico, prima alla nascita della figlia, poi all’educazione musicale della stessa, infine al sostituirsi della più giovane all’altra sui palcoscenici più prestigiosi, sembra già di cogliere il senso recondito di un rapporto.
Solo apparentemente complici, madre e figlia hanno invece alle spalle un rimosso importante. Mamma single, Hitomi cova in realtà un forte risentimento nei confronti della figlia, la cui nascita ha portato a troppo bruschi cambiamenti di vita. Una precaria situazione emotiva, questa, che verrà esplorata in lungo e in largo attraverso nuovi traumi, da cui è destinato a prendere forma un thriller/horror psicologico dai contorni particolarmente morbosi.
Fondamentale è in tal senso l’effetto domino generato dalla malattia agli occhi della madre, Hitomi, il cui improvviso sprofondare nella cecità è causa di un gravissimo incidente stradale, per colpa del quale la figlia resta paralizzata dal collo in giù. La privazione sensoriale viene così a rappresentare sia il momento di maggior distanza tra le due donne, sia un paradossale punto d’incontro. Sì, perché proprio la discesa nell’abisso più oscuro sarà l’inizio di una possibile risalita. Ed anche, per la piccola Eri, di una possibile rinascita.
Qui entra in gioco un twist di natura fantascientifica o volendo “fantatecnologica”. Proprio in seguito alle prime avvisaglie della cecità, Hitomi aveva cominciato a setacciare internet, venendo a conoscenza attraverso un sito dalla reputazione non cristallina di misteriose, inedite cure per gli occhi; dopo l’incidente riuscirà a farsi condurre in questo fantomatico centro di ricerche, perso tra i boschi, dove sono padre e figlio (la simmetria nel plot è un dato evidente) a custodire il segreto di una cura rivoluzionaria: lenti in grado di ridare la vista, supportando efficacemente la retina malata ma appoggiandosi al contempo a una app e a una rete informatica, che consentono anche ad esterni collegati al sistema di ricevere quelle immagini.
I due uomini utilizzeranno questa peculiarità della cura per esercitare un controllo sempre più stretto su Hitomi, mentre la donna, dopo aver scoperto che Eri in ospedale rischia ormai la follia per quella condizione di totale immobilità, ne farà uso invece per condividere ciò che può nuovamente vedere con la figlia stessa, collegata a lei attraverso un visore di realtà virtuale/aumentata. Il rapporto simbiotico che ne deriva ha qualcosa di miracoloso ma anche di sottilmente perverso. E le conseguenze saranno pazzesche, sotto ogni punto di vista….
Cumulando spunti da “body horror”, che possono far pensare di volta in volta a Cronenberg o al connazionale Tsukamoto, Takeshi Hushida porta alle estreme conseguenze questo suo teorema sulla visione, fondato su raddoppiamenti e rispecchiamenti continui. Sia nel presente sia nei più datati ricordi, resi oggetto a suo tempo di un’analoga rimozione, il destino dei due binomi famigliari (Hitomi con sua figlia, il “mad doctor” di turno con suo figlio, ma vi sono fili nascosti che collegano ciascuna di queste quattro vite a tutte le altre) appare inesorabilmente intrecciato. Le note musicali risvegliano sensi sopiti. E il violoncello acquista quasi vita propria, divenendo un ponte tra spirito e materia, un corpo che seduce e danna i protagonisti di My Mother’s Eyes, indirizzandone alcuni verso la completa dissoluzione e altri verso quella potenziale rigenerazione, cui si era accennato in precedenza a proposito del delicato rapporto tra Hitomi ed Eri. Nel segno poi di un epilogo a dir poco psichedelico, visionario, ennesima allucinazione accompagnata dal suono di uno strumento che scardina, frammentandola, la realtà.
Stefano Coccia









