Altin in città

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Requiem per un reality

Già da qualche anno l’interessante percorso artistico di Fabio Del Greco ci si è parato davanti, svelandoci un autore caparbio, ostinato, controcorrente, capace spesso di sopperire ai pochissimi mezzi a disposizione con uno sguardo ruvido e personale sulla realtà circostante. Il suo poi è uno sguardo in soggettiva, alquanto disincantato, su quel degrado metropolitano che ha di frequente nei più vuoti e banali miraggi televisivi un amaro contrappunto. In molte delle opere precedenti, non a caso, Del Greco si è messo in gioco anche come attore protagonista, ritagliando intorno ai propri personaggi l’insanabile contrasto tra legittime ma ingenue speranze in un’esistenza migliore, ed immancabili delusioni dovute al carattere posticcio ed effimero di molte relazioni umane. A parte gli svariati corti e mediometraggi, questa piccola ossessione autoriale pare presente sia in Una vita migliore (2007), suo lungometraggio d’esordio, che nel successivo Mondo folle (2010).

Con il recentissimo Altin in città ci è sembrato comunque di assistere ad una crescita, all’affermarsi di una visione più sfaccettata e matura che già nelle scelte di casting propone un interessante, quasi emblematico “passaggio del testimone”. Premessa necessaria è che tornare a lavorare con gli stessi attori, un po’ tipo “factory”, a Fabio Del Greco piace senz’altro: nel nuovo film ritroviamo la seduttiva  e magnetica Chiara Pavoni, già tra i protagonisti di Mondo folle, come anche il navigato Marcello Capitani. La novità è semmai un’altra: abbandonando in parte la precedente cifra para-morettiana, non è più lui il protagonista. Qui il film-maker di origini pescaresi si limita a ricoprire un piccolo ruolo. È lui infatti a interpretare il coinquilino e migliore amico del personaggio chiave di tutta la vicenda, impersonato a sua volta da un giovane ed estremamente espressivo attore albanese, Rimi Beqiri, ennesima figura maschile spaesata nell’Italia di oggi (doppiamente spaesata, viste le origini) e destinata così a naufragare in un mondo di falsi valori. Con ciò si compie, chissà se inconsciamente o meno, forse con una non del tutto consapevole auto-ironia, quell’ideale staffetta per cui il più smaliziato personaggio interpretato da Fabio Del Greco assiste da lontano, ma con sincera empatia, al precipitare del personaggio di Rimi in un vortice di effimere tentazioni, legate al mito del successo facile.
Rimi Beqiri nella circostanza è Altin. Un giovane albanese che si arrabatta in mille modi, ma che pur di abbandonare la propria modesta condizione, dopo aver già rischiato molto per approdare a Roma, accetterebbe qualsiasi compromesso. Lo si capisce sin dalle scene iniziali, che lo vedono rinunciare a relazioni probabilmente più veritiere, genuine, per fare il gigolo con qualche donna più anziana e mettere un po’ di soldi da parte. Ma Rimi sta scrivendo anche un romanzo in cui crede molto, un romanzo nel quale vorrebbe alludere in modo finalmente sincero al drammatico arrivo in Italia suo e di diversi altri connazionali. Il vero “patto col diavolo” sarà pertanto lasciare il proprio sofferto lavoro alla mercé di un “reality show” letterario tremendamente cinico e kitsch, i cui perversi meccanismi sono stati messi a punto da Mara Le Monde, spregiudicata conduttrice televisiva (anche qui, in simili panni, ricompare la fascinosa e camaleontica Chiara Pavoni) che trascinerà ben presto Altin in un gioco subdolo e dai risvolti inquietanti…

La deformazione parodica dello showbiz televisivo è tema caro a Fabio Del Greco. Qui, però, il cineasta sembra riuscito più che altrove a calcare la mano sul grottesco, trovando al contempo un fertile incrocio con quelle derive dal taglio di volta in volta noir, onirico, parodico (almeno rispetto allo squallore del linguaggio televisivo), surreale. Sono proprio i sogni e le allucinazioni del protagonista, specie quando il crollo emotivo diventa vertiginoso, ad illustrare con maggiore profondità le problematiche del suo vissuto, nonché le contorte dinamiche che ne regolano la sfera interiore. In ciò magnifico è stato l’apporto del giovane Rimi Beqiri, chiamato a incarnare un percorso umano sfaccettato, complesso, dove si passa di continuo dalla farsa al dramma. Quasi come un attore del muto il suo volto restituisce, nei primi piani, reazioni che nel loro perpetuo oscillare tra ambizione, goffaggine, sconcerto e delirio rimandano ora alla commedia, ora ad un mood decisamente più inquieto. Questo suo valido, positivo calarsi nel contraddittorio percorso di Altin è ben bilanciato, del resto, dalla forte e insolita caratterizzazione data dalla Pavoni (e dal regista) al personaggio di Mara Le Monde: viste le tematiche non propriamente originali, il suo personaggio regge il confronto proprio perché a sprazzi si stacca da tutte le precedenti figure, parimenti istrioniche ma con tratti più prevedibili, omologati, di imbonitori televisivi raffigurati polemicamente sul grande schermo. Lei viene qui dipinta addirittura in chiave esoterica, con tanto di riti da fattucchiera svolti in antri oscuri! E questa ulteriore estremizzazione del discorso trova la sua legittimazione nella così ispirata scelta delle location, che vanno da Ostia con la sua pineta per gli esterni, fino agli incredibili spazi sotterranei del Polmone Pulsante a Roma, con le meravigliose creature bioniche dell’artista Ungheri riutilizzate in un contesto filmico.
Sebbene la natura così autarchica del progetto possa farsi sentire, anche fastidiosamente, allorché ci si ferma a considerare qualche scena montata con un grado di luminosità non sempre omogeneo oppure l’altalenante resa del suono, le stesse scelte stilistiche dell’autore non sono certo da disprezzare; con una punta di preferenza, da parte nostra, per quelle scene subacquee inserite nel pre-finale, col tuffo del protagonista in acqua che sembra quasi citare L’Atalante di Jean Vigo.

Stefano Coccia