Wolf

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il richiamo della foresta

Proiettato all’aperto nel corso dell’Irish Film Festa 2022, Wolf di Nathalie Biancheri ha offerto l’impressione che gli ululati risuonassero, a un certo punto, per tutta Villa Borghese. Potere dell’immaginazione. E della vena immaginifica di un’autrice, capace di suggestionare il pubblico attraverso un racconto cinematografico che affonda come un bisturi nella psiche umana, facendo riemergere tutto il versante istintivo, animale, frustrato e soffocato però da costruzioni – e costrizioni – culturali che assumono qui le sembianze di autentiche, spaventose gabbie. Discorso assai attuale, questo… e nel nostro paese forse anche di più. Italiana, la Biancheri, ma cresciuta professionalmente all’estero, il che spiega sia la sua partecipazione a questa edizione dell’Irish Film Festa, vetrina altrimenti dedicata ai film-maker della verde isola, sia quello sguardo registico tutt’altro che provinciale. Il suo film del resto è una riuscita – non capita sempre – co-produzione internazionale, laddove l’anima irlandese si sposa alla perfezione con l’apporto del Polish Film Institute, un ”timbro polacco” ben rappresentato a livello artistico sia dalla fotografia di Michał Dymek che dalle musiche di Stefan Wesołowski; abilissimi, in entrambi i casi, nel conferire un tono misterico, conturbante e talora plumbeo alle così ansiogene atmosfere del lungometraggio.

Sia Jacob (uno stupefacente George MacKay), ragazzo persuaso di essere lupo intrappolato in un corpo umano, che altri giovani affetti da una condizione simile, soffrono di una sindrome poco familiare al grande pubblico e nota in inglese come Species dysphoria: in pratica chi ne è colpito ritiene, con diversi gradi di convinzione interiore, d’essere non un umano ma un animale o comunque di vivere meglio emulando i comportamenti di determinate specie. Possono esistere comunque rimedi peggiori dei mali stessi. Sebbene non sempre venga individuata tale… ”correlazione”. E così la clinica specializzata cui Jacob è stato condotto dai propri genitori, per farlo guarire da tale disagio psichico, si rivelerà una sorta di lager, all’interno del quale uno psichiatra megalomane e privo di qualsivoglia empatia, intenzionato a risolvere rapidamente qualsiasi caso gli venga sottoposto, ricorre a metodi coercitivi, subdoli, persino violenti, sia sul piano psicologico che su quello fisico.
Il discorso sulla libertà individuale e sulle pressioni sociali che si tingono di una vena autoritaria ci ha ricordato addirittura, nel momenti più ispirati, un grande, intramontabile classico come quello girato nel 1975 da Miloš Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo.

L’introspettiva e ferina opera cinematografica di Nathalie Biancheri, dal canto suo, nel mettere in scena l’insopprimibile, crescente divario tra esigenze individuali e asettico mondo globalizzato che tutto divora (anche attraverso strumenti tecnologici sempre più pervasivi) e nulla risparmia, finisce per inglobare archetipi forti senza rinunciare al velato affresco di inquietudini molto attuali. A margine concedeteci di ipotizzare che a rendersene maggiormente conto, dopo essersi immersi nella storia tanto paradossale qui raccontata, saranno stati proprio coloro i quali hanno avvertito più di altri, in Italia, il peso e la follia istituzionalizzata di un biennio di diktat sanitari…
Ecco, senza arrivare a paragonare l’insensibile e tetro direttore della clinica a Roberto Speranza (che non ha certo il carisma di un villain del genere, capace di ammaliare sinistramente la platea, nel momento in cui si mette sguaiatamente a imitare gli animali che dei suoi pazienti sono i totem dichiarati), possiamo senz’altro affermare che lo squallore dello scientismo miope da noi imperante ci ha spinto ad apprezzare persino di più una simile proposta cinematografica, nonché ad empatizzare sinceramente coi suoi giovani protagonisti. Al resto ci ha pensato un cast fieramente partecipe del progetto e qualitativamente di livello assai elevato. Ci aggrada citare almeno, tra gli altri, Lily-Rose Depp, Paddy Considine, Eileen Walsh, Fionn O’Shea, Lola Petticrew, Martin McCann, Helen Behan e Stuart Graham. Oltre naturalmente al già menzionato George MacKay, vero e proprio ”lupus in fabula”.

Stefano Coccia

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