Vulcano

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7.0 Awesome
  • VOTO 7,5

Parenti (e) serpenti

La prima scena di Vulcano ci introduce già in un particolare contesto antropologico, che ai nostri occhi può anche apparire insolito. Qualcuno di noi ha presente cosa sia “rum e pera”, al limite. Non rum e porci. Nella curiosa sequenza accade invece che alcuni “campesinos”, al posto delle proverbiali perle, diano ai porci una bella imboccata di rum, evidentemente per tenerli buoni in attesa del prevedibile epilogo…
Nel lungometraggio del guatemalteco Jayro Bustamante si parte da uno spaccato estremamente realistico, aspro, schietto, duro a tratti quanto le condizioni di vita dei protagonisti, della regione del Centro America in cui ciò che rimane dell’antica popolazione Maya sopravvive in condizioni di estrema povertà e sfruttamento. Le loro attività si svolgono perlopiù in piantagioni dove il compenso è misero, come nel caso della diciassettenne Maria e della sua famiglia, i quali lavorano alle pendici di un vulcano attivo, dove il terreno è forse un po’ più fertile, ma risulta in compenso infestato da serpenti velenosi. La ragazza sogna già di andarsene lontano, ma i condizionamenti per lei sono troppi: dal supervisore della piantagione Ignacio che ha proposto ai suoi genitori un matrimonio combinato, alla passione per un altro giovane raccoglitore di nome Pepe, che però la illuderà e la sedurrà mollandola lì dopo averla lasciata incinta, per arrivare infine agli atteggiamenti censori della famiglia, il cui iniziale rifiuto della sua maternità porterà a conseguenze sempre più gravi…

Il modo in cui viene qui rappresentato il povero Guatemala, coi suoi accentuati squilibri sociali e la corruzione dilagante (da cui una severa denuncia di come le istituzioni stesse, a partire dagli enti ospedalieri, partecipino a traffici sordidi come quello dei minori), è valso al film l’Orso d’Argento alla Berlinale. Una decisione comprensibile e giusta, a nostro avviso. Non solo per il valore civile e politico di cui l’opera si fa carico, ma anche per la sorprendente maturità artistica di questo autore mesoamericano, la cui infanzia è trascorsa proprio in quelle zone. Bustamante sa catturare la specificità dei luoghi facendo emergere con naturalezza il disagio e gli slanci vitali, le radici dello sfruttamento economico e i frammenti di una cultura ibrida, sincretica, nella quale le scorie del pensiero magico/sciamanico sembrano avere più vigore di quell’innesto forzato, tutto sommato epidermico, che il cristianesimo in qualche modo rappresenta.
“Lost in translation”, potremmo poi dire. Opportuno che il film venga visto in lingua originale coi sottotitoli, non solo per l’ulteriore elemento di fascinazione e di verità riscontrabile nell’utilizzo dell’idioma tradizionale, che le genti di origine Maya continuano ancora oggi a parlare; ma anche per l’importante riflesso che tale scelta ha, nella stessa costruzione diegetica dell’opera: il fatto che la poverissima famiglia di Maria non parli una parola di spagnolo, invero, li espone tutti quanti ai cinici travisamenti delle loro richieste da parte di quel traduttore improvvisato, che finge di assisterli negli sporadici incontri con le autorità per poi salvaguardare, più che altro, i propri interessi. Intuizioni come questa completano così il quadro di un lungometraggio che riesce a soggiogare lo sguardo sul piano dell’ambientazione, del racconto e della stessa analisi sociologica, orientata in senso critico, di cui si fa carico.

Stefano Coccia

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