Visioni Differenti: Maleficent

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Sovvertirne una, per educarne 100

Il racconto è come il  ricordo, mutevole e originale. Nel momento in cui si narra una storia, la memoria, lo stato d’animo, l’intenzione, il semplice timbro vocale definiscono traiettorie uniche e non riproducibili, chè la filastrocca, non il racconto, è ripetibile. Accettiamo quindi serenamente la manipolazione del racconto, della fiaba quindi, con finalità altre dal consueto ma sempre didascaliche, consapevoli che la presenza di una morale sottesa distingua intrinsecamente la favola non dalla filastrocca ma dalla cronaca, o dal resoconto.
Maleficent allora. La bella addormentata nel bosco come apologo femminista. La strega cattiva che era una fata femmina buona, tradita e abusata dai maschi umani. Il principe azzurro che non seduce e non ridona vita. Il matriarcato bucolico e panteistico contrapposto al patriarcato del ferro e della prevaricazione. Il vero amore, che non esiste. Tanti messaggi troppi forse, che sovvertono la fiaba oltre la semplice manipolazione, e se la fiaba sottende un messaggio sovversivo, sovversivo diventa chi di quel messaggio è latore al popolo. L’eroe. Malefica.
E’ Angelina Jolie, protagonista e produttore esecutivo, soggetto oggetto di diatribe millenarie relative a bellezza, bravura, esistenza, quasi che la sua propria dività fosse manipolabile e captabile. Non lo è. Maleficent è la storia di Malefica che è la storia di Angelina Jolie, il suo testamento (artistico ?), l’apice del suo esibizionismo se volete. Abbigliata come la più dark delle icone pop, munita di corna luciferine. Ali anche, nude e magnifiche, brutalmente e proditoriamente recise  come i veri suoi seni mutilati in difesa dal male che striscia e distrugge.
Ali grandi non di cera, per riuscire a  sovvertire i sogni di un popolo di spettatori bambini, già indottrinati al rispetto dell’ordine costituito, con i sogni violentati da racconti manipolati che parlano di regni dittature e tirannie, dove il principe dio eletto salva e conquista la principessa inerme e preda e soggetta, e solo la principessa ed il principe si raccontano si perpetuano, oblio e colpa e negazione a tutti gli altri. Angelina vola e ammalia, astuta come una strega si contorna di grandissimi artigiani, quelli di Avatar per intenderci, e la sarabanda visiva immaginifica che ne scaturisce è probabilmente il miglior mondo fantasy visto al cinema negli ultimi anni, dalle tre fatine nutrici al corvo/uomo/drago alla fauna del Paese delle fate, fino al castello alla stanza dei fusi appuntiti ed alle battaglie. One woman show, Malefica che lotta contro eserciti testosteronici, Malefica che alleva sola, benevola e ombrosa, la principessa Aurora. Malefica che vince il suo stesso incantesimo con l’amore, o con la pietà, che salva. La sovversione si afferma infine, affascinante e significante: non c’è bisogno di potere o gerarchia dove esiste (non regna) la fiducia reciproca, che è femmina.
Missione compiuta. Un solo dubbio: il linguaggio visivo utilizzato si appoggia, vuoi per convenienza vuoi per esigenza, ad un canone di bellezza che resta rassicurante e consolatorio, reazionario persino, ove un elogio più spregiudicato della deformità e della difformità avrebbe esaltato ancora più quanto di non detto, di disturbante e perturbante Maleficent ci porta in dono.

Dikotomiko

www.dikotomiko.wordpress.com

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