Underdog

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Amore, amicizia, giovinezza

Una ragazza ed il sogno di trovare fortuna in terra straniera. La difficoltà di integrarsi in una nuova società, le amicizie e – non per ultimo – l’amore. Con queste poche parole si potrebbe sbrigativamente indicare il tema di Underdog, opera prima dello scrittore e giornalista norvegese Ronnie Sandahl, presentato in occasione del Nordic Film Fest a Roma. Eppure, questo lungometraggio intenso e delicato non è solo questo. Ma procediamo per gradi.
Dino è una ragazza di ventiquattro anni che, come tanti suoi coetanei, dalla Svezia si è trasferita ad Oslo, in cerca di un’occupazione. Dopo essersi rotta un braccio viene licenziata, ma, inaspettatamente, troverà un impiego come babysitter a casa di un ristoratore. Il suo nuovo datore di lavoro, così come le sue due figlie, saranno fin da subito rapiti dallo charme della giovane ragazza.
Il lungometraggio di Sandahl ha tutto il sapore e la freschezza di un’opera prima – con uno sguardo limpido ed onesto spesso difficile da mantenere nel corso della carriera – e dà quasi l’impressione che l’esigenza di raccontare questa storia sia stata talmente forte da scriverne la sceneggiatura quasi di getto. Il che comporta, ovviamente, parecchie pecche all’interno dello script stesso, in quanto inizialmente il prodotto sembra abbracciare il tema dell’amore adolescenziale non corrisposto (quello di una delle due ragazze per Dino), per poi lasciarlo cadere concentrandosi su un altro aspetto (la relazione tra Dino ed il ristoratore) ed infine riprendere la questione, dedicandole solo gli ultimi minuti del film. Come se non bastasse, qua e là troviamo anche qualche velato – ma non troppo – accenno alla condizione degli immigrati in Norvegia. Tanta carne al fuoco, ma linee guida un po’ troppo deboli per dare al lungometraggio la necessaria compattezza narrativa.
Eppure, Underdog risulta, nonostante ciò, una visione più che gradevole. Merito senz’altro di una regia attenta e consapevole (malgrado la scarsa esperienza) che, attraverso un costante uso di camera a spalla e di numerosi primi piani e dettagli, riesce a far sì che lo spettatore entri fin da subito nel vivo della vicenda. Di conseguenza, i personaggi qui raccontati diventano vivi ed empatici più che mai. Cosa non facile da ottenere, date le numerose sfaccettature presenti in ognuno di loro. Eppure, in questo caso, lo scopo è stato raggiunto. Merito di una grande attenzione e sensibilità da parte del regista, come anche – nel caso della protagonista in particolare – di una grande performance attoriale da parte della giovane Bianca Kronlöf.
Imperfetto, poco compatto, per certi versi addirittura acerbo. Eppure questo lungometraggio di Sandahl ci piace così. Per la sua onestà, per la capacità di raccontare – senza mai calcare la mano – i sentimenti e le emozioni di giovani ed adolescenti e per la poesia di alcune scene (ad esempio, quando Dino, insieme alla figlia del suo datore di lavoro, fa un bagno al mare e, in seguito, si ferma a chiacchierare con l’amica sul molo). Tutte caratteristiche, queste, che spesso mancano anche ad uno sguardo registico più smaliziato. E che ci insegnano che, forse, un approccio in qualche modo “ingenuo” è in grado di mettere il cineasta nelle condizioni giuste per creare. Ma questo, ovviamente, vale solo in determinati casi.

Marina Pavido

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