Lily Lane

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Siamo fatti di polvere e di stelle

Se non venissero date opportunità produttive a registi la cui idea di cinema va decisamente e orgogliosamente in direzione opposta e contraria rispetto a quella più canonica, tradizionale o commerciale, allora quella fetta di pubblico che ama un certo modo di fare e concepire la Settima Arte in tutto e per tutto fuori dagli schemi, all’insegna della non narrazione e della sperimentazione a più livelli, dovrebbe abituarsi a fare a meno di grandi registi come David Lynch, Peter Greenaway o Béla Tarr, e di conseguenza delle loro immense creazioni meta-filmiche. Allo stesso tempo, quella fetta di pubblico non avrebbe mai avuto la possibilità di incontrare Benedek Fliegauf e la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Lily Lane, che del suddetto Dna ha fatto la propria colonna portante e l’artistica ragione di esistere.
La nuova pellicola del polivalente ed eclettico cineasta magiaro, presentata in concorso alla 17esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce dopo la premiere alla recente Berlinale nella sezione Forum, ci catapulta letteralmente, senza se e senza ma, in un viaggio fisico e celebrale che prima di essere cinematografico rappresenta una autentica esperienza sensoriale a 360°.  Il viaggio al quale assistiamo sul grande schermo è quello di una madre e di suo figlio, che seguendo traiettorie differenti, ma ugualmente fiabesche, ricorda per certi versi quello compiuto dai due protagonisti di Room di Lenny Abrahamson per evadere con la mente dall’orrore quotidiano al quale sono sottoposti da anni. In Lily Lane, Rebeka e il giovane figlio Danny si immergono in un mondo di storie e segreti. Dopo la morte della madre, Rebeka decide di rintracciare il padre, che si era separato dalla famiglia. Così porta Danny in posti che conosceva da bambina, inventando storie come un modo per creare un legame tra lui e i suoi oscuri ricordi d’infanzia. E anche mentre i ricordi cominciano a trasformarsi in demoni, Rebeka e Danny proseguono, malgrado tutto, il loro viaggio fantastico. Ovviamente, le differenze con l’ultimo lavoro del collega irlandese sono piuttosto sostanziali, a cominciare dall’assenza in quello di Fliegauf di una vera e propria narrazione, ma il modo in cui i protagonisti di entrambi i film tentano di fuggire da ciò che li “incatena” mentalmente e fisicamente ci sembra avvicinarli moltissimo.
Detto questo, il regista ungherese porta sul grande schermo un “oggetto” impossibile da incanalare in un genere preciso e forse, proprio questa sua volontà di sfuggire alle mere catalogazioni tanto care agli addetti ai lavori, rappresenta il suo principale motivo di fascinazione. Per comodità lo si potrebbe definire un dramma familiare, che parla di un rapporto viscerale e complesso tra una madre e suo figlio, con incursioni da horror metafisico a lanciare pennellate inquietanti e ansiogene sullo schermo (vedi le inquadrature in modalità night shot dedicate ai ricordi della nonna e dei suoi strani riti). Ma si tratta di una forzatura, perché di fatto è questa sua indeterminatezza, così ostinatamente trascinata sino all’ultimo fotogramma utile, ad averci letteralmente stregato. Ed è sempre questa sua indeterminatezza ad averci fatto innamorare di un film che non ha nessuna intenzione di allontanare da sé lo spettatore privandolo di una narrazione lineare ed evidente, al contrario lo vuole prendere per mano per condurlo in un percorso di meditazione sull’esistenza, toccando paure ataviche e un ampio spettro di emozioni più o meno sepolte o sopite. Per farlo, Fliegauf costruisce un’architettura invisibile, dove alla tradizionale narrazione si preferisce un flusso senza soluzione di continuità di immagini, suoni, parole e simboli. Il tutto all’insegna di una contaminazione di linguaggi che genera a sua volta un’ibridazione, oltre a una perpetua sperimentazione dei formati (l’uso dei subliminali e di riprese di qualità inferiore realizzate con l’ausilio di handycam) e delle tecniche di riprese. Al resto ci pensa uno straordinario lavoro sul suono, che ci consegna una magnetica immersione nell’opera d’arte e allo stesso tempo dentro chi ne fruisce.

Francesco Del Grosso

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