Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco
La bravura e l’intelligenza di un regista non sta solo nel portare sugli schermi delle opere degne di nota, ma anche nel sapersi rinnovare, e se necessario provare altre strade, quando è il mercato a richiederlo o i risultati non soddisfano. Al nono lungometraggio in ventisette anni, a tre da The Whale, Darren Aronofsky avrà forse sentito l’esigenza di confrontarsi con altro per poi offrire e avvicinarsi ulteriormente al pubblico con qualcosa di diverso rispetto alle produzioni del passato. Quel qualcosa probabilmente lo ha trovato nel romanzo del 2004 “Caught Stealing” di Charlie Huston, qui anche sceneggiatore, del quale ha diretto la trasposizione cinematografica distribuita da Eagle Pictures a partire dal 27 agosto 2025 con il titolo Una scomoda circostanza.
Di un adattamento se n’era già parlato nel 2013 e ad occuparsene sarebbe dovuto essere Wayne Kramer, ma il progetto fu poi accantonato per finire in soffitta in attesa che qualcuno decidesse di rimetterci le mani. Quel qualcuno è appunto il pluripremiato regista newyorkese candidato all’Oscar che con Una scomoda circostanza ha firmato un film che sulla carta è molto differente da quelli ai quali ci ha abituato come quelli degli esordi oppure i più recenti The Wrestler, Il cigno nero e il già citato The Whale. Il ché ha sicuramente incuriosito tanti, noi compresi. Trattasi infatti di un gangster-thriller in salsa action-comedy dai toni punk rock molto più nelle corde di un Guy Ritchie, per fare un nome, che in quelle dell’Aronofsky che noi tutti conosciamo. Nella sua filmografia di fatto Una scomoda circostanza appare come un corpo estraneo, un’operazione anomale per quella che è la sua poetica e visione della Settima Arte. Qui mette da parte i toni surreali, psicologici, melodrammatici e talvolta inquietanti che ne hanno accompagnato e caratterizzato sino ad oggi il percorso registico, per virare con decisione verso il divertissement di un cinema di puro intrattenimento, senza pretese e derive autoriali. Decisione, questa, che non gli ha impedito però di chiamare in causa temi ricorrenti quali il senso di colpa, la ricerca della redenzione, le dipendenze, l’ossessione e la spirale distruttiva, oltre a certe scelte formali: dal montaggio serrato alle inquadrature brevi, passando per i piani stretti. In questo il marchio di Aronofsky è rimasto invece invariato.
Resta da capire se tale virata sia stata una parentesi momentanea o un cambiamento definitivo. Ma questo solo il tempo e i prossimi step potranno dircelo. Nel frattempo si è calato nella Brooklyn degli anni Novanta, diversamente da dove invece era collocata la storia della matrice letteraria, ossia nel 2000, prima dell’attentato alle Torri Gemelle, quando nei quartieri più ‘duri’ della Grande Mela le bande criminali potevano permettersi di agire anche alla luce del sole. Lì ha ambientato la disavventure metropolitane di Hank Thompson, una promessa del baseball al liceo che ora non può più giocare a causa di un incidente automobilistico che ha stroncato la carriera e dove ha perso la vita il suo migliore amico. Nonostante questo, le cose sembrano andare bene: ha una splendida ragazza, lavora come barista in un locale malfamato di New York, e la sua squadra del cuore sta vivendo una sorprendente corsa al titolo. Quando il suo vicino punk-rock Russ gli chiede di badare al suo gatto per qualche giorno, Hank si ritrova improvvisamente coinvolto in una situazione complicata: un gruppo di gangster decisamente pericolosi comincia a dargli la caccia. Tutti vogliono qualcosa da lui, ma il problema è che non ha la minima idea del perché. Braccato da ogni parte, Hank dovrà contare su tutto il suo ingegno per restare in vita abbastanza a lungo da scoprirlo.
Una scomoda circostanza basa il proprio impianto narrativo e drammaturgico sul tipico schema hitchcockiano dell’innocente ingiustamente accusato e braccato da chiunque, come era stato a suo tempo per il Nemico pubblico di Tony Scott, nel quale la figura di Robert Clayton Dean si ritrovata a sua insaputa in possesso di qualcosa di scottante sul quale in moltissimi volevano mettere le mani. Ciò rende il tutto, compresi racconto, dinamiche annesse e personaggi che lo animano, a cominciare da quello del protagonista interpretato con efficacia e la giusta fisicità da Austin Butler, derivativo e di facile lettura. Trattandosi di uno schema ampiamente codificato e largamente usato per strutturare plot analoghi per via della sua storica paternità e dell’indubbia efficienza che garantisce al consumatore di turno, non lo si può considerare di default un limite. In questo caso Aronofsky e prima ancora l’autore della script e del libro ne fanno un buon uso, offrendo allo spettatore un’alternanza di cambi di registro con divertenti risvolti che fanno da contrappunto ad altrettanti drammatici. Nel mezzo qualche gustosa sequenza d’azione puntellata dalla riuscita colonna sonora di Rob Simonsen e dalla fotografia di Matthew Libatique, che alzano sempre al momento giusto il dosaggio di adrenalina somministrato nella timeline, come ad esempio l’inseguimento con sparatoria nel parco. Da segnalare le performance di Liev Schreiber e Vincent D’Onofrio nei panni di due spietati fratelli gangster che sembrano partoriti dalla mente dei Coen, molto meno quella di una Regina King che appare un pesce fuor d’acqua nei panni della detective.
Francesco Del Grosso









