Un uomo tranquillo

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Neve rosso sangue

La regola aurea del remake pretende sempre che l’aggiornamento dell’originale avvenga realizzando qualcosa di visibilmente differente rispetto al prototipo. Nel caso di Un uomo tranquillo (Cold Pursuit, in originale), ottima scelta di partenza è senza dubbio stata quella di coinvolgere il regista del film primigenio, il talentuoso norvegese Hans Petter Moland, anche per questa nuova versione di In ordine di sparizione (Kraftidioten, 2014). Mantenendo lo script di Frank Baldwin più o meno la medesima struttura narrativa dell’originale, con tanto di epitaffi a comparire in didascalia per sottolineare ogni morte violenta nel film, l’originalità di questo rifacimento scaturisce quasi interamente dall’ambientazione. Si è infatti passati dal gelo scandinavo al freddo inverno del Colorado, con annesse differenziazioni a carattere antropologico. Alla ricerca del protagonista Liam Neeson degli assassini del figlio (peraltro impersonato non certo casualmente da Michael Richardson, figlio proprio di Liam Neeson nella realtà) – ucciso da una gang dedita al contrabbando di droga simulando una morte per overdose – si sovrappone infatti un’altra storia di identità perduta, quella dei nativi d’America, che costituiscono il virtuale polo opposto in una sanguinosa guerra territoriale per lo spaccio di stupefacenti.
Come ovvio, in questo remake statunitense la violenza imperversa in misura ancora maggiore, teorizzando attraverso la sua esibizione palese e molto stilizzata tutta la propria inutilità assolutamente fine a se stessa. Ciò rende Un uomo tranquillo opera dal sotterraneo, ma evidente, sottotesto politico: nell’era Trump la moltiplicazione del sangue, le barriere razziali e la tentazione della giustizia in proprio vengono viste come possibile soluzione diretta di tutta una serie di problematiche che, al contrario, richiederebbero una moltiplicazione di sforzi di tipo riflessivo. Questo ingombrante apparato teorico, soprattutto nella prima parte del film, mette un po’ in ombra quello che da sempre è il marchio di fabbrica del cinema di Moland, ovvero la sopraffina capacità di ridicolizzare la brutalità estrema della messa in scena mediante robuste iniezioni di umorismo nerissimo. Il quale comunque deflagra in un finale tragico e sarcastico allo stesso da tempo, dove si definiscono i contorni quasi shakespeariani di un dramma dalle tinte tanto assurde quanto fosche, in cui si certifica l’incontro tra due padri che hanno avuto la sventura di sopravvivere ai propri figli.
Il resto del lavoro, oltre la bellezza suprema dei panorami naturali, lo compie un cast perfettamente in parte, capeggiato da un Liam Neeson perfetto middle-man di poche parole nonché assetato di vendetta, ma anche in grado di recepire – sembra una contraddizione in termini ma non lo è affatto – l’empatia del pubblico e perciò lontano dai ruoli di freddo giustiziere ai quali ultimamente pare essere abbonato. Rimangono forse un po’ troppo nell’ombra le figure femminili, come la madre dolente Laura Dern o la poliziotta in ipotetico stile Fargo interpretata da Emmy Rossum. Ma persino in tempi di #metoo quella raccontata in Un uomo tranquillo – notare la sottile ironia “fordiana” del titolo italiano – resta, scolpita nella pietra, una storia di uomini tutti d’un pezzo, mai mutilati delle rispettive dignità seppur sradicati dalla loro dimensione esistenziale. Da accadimenti davvero troppo iniqui per essere accettati alla stregua del classico, beffardo, scherzo di un Destino del tutto privo di pietà.

Daniele De Angelis

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