Un ragazzo d’oro

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4.5 Awesome
  • VOTO 4.5

Uno Scamarcio non beato, bensì martire, tra le donne

Con la filmografia recente di Pupi Avati è un po’ come stare sulle montagne russe. Quasi non si fa in tempo a salire, per via di un lungometraggio riuscito, che subito si precipita giù a folle velocità. Se le estemporanee incursioni nel genere (vedi per esempio Il nascondiglio) rappresentano di gran lunga l’Avati che ci piace ed emoziona di più, se la ruvida sensibilità espressa in Una sconfinata giovinezza ci aveva in qualche modo colpito, abbastanza lunga sarebbe la lista dei filmetti di scarsa o nulla sostanza realizzati in questo stesso periodo. Per quanto riguarda Un ragazzo d’oro, è decisamente uno di quei momenti in cui il trenino, volendo tornare alla nostra metafora da luna park, si ritrova il vuoto davanti e vi si butta in caduta libera. Tutto ciò, nonostante il film possa essere considerato per certi versi molto personale e cataloghi anche, in termini quasi antologici, parecchie ossessioni care all’autore: l’impronta sfacciatamente misogina nel tratteggiare determinati rapporti uomo-donna, le difficoltà da superare al momento di inserirsi nella produzione artistica, l’importanza conferita al discorso generazionale, gli atteggiamenti cinici e volgari che si manifestano a iosa nell’ambiente “cinematografaro” romano. Il problema più grosso sta indubbiamente nei toni. Sì, perché al momento di amalgamare tali elementi in fase di sceneggiatura e sul set, sembra che Pupi Avati abbia davvero ecceduto nella rappresentazione di comportamenti bizzarri, personaggi quanto mai stereotipati, dialoghi psicologicamente improbabili e cafonate varie, tanto da produrre un bel po’ di situazioni al limite della comicità involontaria.

A pagare le conseguenze delle approssimazioni di scrittura or ora rilevate, nonché di qualche scelta registica un po’ facilona, è in primo luogo un cast assemblato, come già altre volte nel cinema di Avati, senza badare troppo a certi dislivelli interpretativi. Senza contare che lo stesso Scamarcio, attore considerato agli esordi un “belloccio” privo di particolari risorse e al quale abbiamo riconosciuto, negli ultimi tempi, una crescita costante e continua, si trova qui ad affrontare l’assurda dicotomia di un personaggio destinato a cambiare completamente faccia, in modo così repentino da risultare poco credibile, tra la prima e la seconda parte del film. Neanche fosse stato chiamato a interpretare il Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Accade infatti che il protagonista Davide Bias, aspirante scrittore e figlio di uno sceneggiatore di filmacci commerciali scomparso tragicamente, si trovi ad affrontare una situazione parecchio pesante senza essere preparato a gestirla: schiacciato da un lato dallo scomodo confronto col padre, visto con diffidenza e imbarazzo finché era in vita, dall’altro dai rapporti con donne terribili in quanto soffocanti come la madre o terribilmente frivole e opportuniste come la fidanzata; impersonata, quest’ultima, da una Capotondi più imbarazzante del solito, in taluni dialoghi dall’esito piuttosto farsesco. L’unica figura femminile cui può essere attribuito un certo fascino, pur preservando anch’essa delle ambiguità, è la donna sposata da cui il padre di Davide si era sentito irresistibilmente attratto, ex diva passata a curare le attività di una casa editrice. Ad interpretata, guarda caso, c’è Sharon Stone. Sarà lei a mettere il giovane protagonista sulle tracce del libro autobiografico mai pubblicato, che potrebbe riabilitare artisticamente la figura del padre. Ma Davide Bias è anche soggetto con alle spalle serie problematiche psicologiche, tenute sotto controllo grazie all’assunzione di farmaci: questo avevamo tralasciato di sottolinearlo. Per cui, di fronte a cotanto stress emotivo, si assiste alla metamorfosi di uno Scamarcio che, abbastanza bravo nella primissima parte di Un ragazzo d’oro a calarsi nell’introversione del protagonista,  si trova nel prosieguo del racconto a dover dare di matto con modalità così grottesche da risultare, per l’appunto, involontariamente comiche. Ed è il punto in cui il film di Avati deraglia rovinosamente dai propri binari, sommando altre scenette alquanto kitsch (come per esempio la rissa in strada) a quelle, su tutte l’apparizione della Marini ai funerali di Bias padre, che già avevano fatto capolino all’inizio.

Stefano Coccia

 

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