Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Memoria viva

Nelle date appena precedenti, in quelle successive e ovviamente durante lo stesso Giorno della Memoria, ricorrenza internazionale fissata il 27 gennaio, tendono ogni anno a moltiplicarsi le testimonianze di natura artistica e gli appuntamenti istituzionali inerenti a quella grande tragedia, che fu l’Olocausto. Proprio il cinema è diventato da tempo alfiere di tale spirito commemorativo. Con esiti che a volte possono apparire più ispirati e in altri casi abbastanza piatti, convenzionali, ingessati, quasi si trattasse di semplice atto dovuto, da proporre rispettosamente ma senza ulteriori elaborazioni o gradi di partecipazione emotiva.

Sabato 6 febbraio, intorno alle 22.50, la RAI ha mandato in onda il recentissimo lungometraggio di Giulio Base, Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma. Film, per inciso, che in circostanze meno tese e opprimenti di quelle determinate dalla pandemia (e dalle draconiane disposizioni governative, occorre precisarlo) avremmo apprezzato ancora di più sul grande schermo. Anche in virtù di una fotografia e di un’attenzione per le riprese, tali da renderlo quanto mai indicato per la sala cinematografica.
Eppure, non è soltanto all’approccio registico, bensì alle così peculiari scelte narrative, a quel sostrato emotivo così abilmente evocato, che va il nostro plauso. Scaturito da un’idea di Cesare Israel Moscati (venuto purtroppo a mancare nel 2019) e diretto scrupolosamente da Giulio Base, Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma ha innanzitutto il merito di evadere da svariati cliché del filone memorialistico, facendo dialogare passato e presente con molto più slancio, vitalismo, ardore.
Il racconto prende in ogni caso le mosse dai drammatici fatti del 16 ottobre 1943, quel sabato infausto in cui lo spietato rastrellamento al Ghetto di Roma pose le premesse dell’annientamento di così tante famiglie. Un piccolo nucleo pare trovare scampo, come nei casi più fortunati effettivamente avvenne, in un istituto religioso. Ma neanche le suore, complice la delazione di un fascista, riusciranno a tenere in salvo a lungo i loro ospiti, quegli ebrei romani costretti all’improvviso a nascondersi: sicché dopo l’ennesima retata solo una bambina, separata per sempre dalla famiglia subito condotta nei campi di sterminio, riuscirà rocambolescamente a salvarsi. E intorno all’identità di quella bambina, data in adozione nel Dopoguerra, ruota l’appassionante e sanguigna ricerca, destinata a diventare il filo conduttore del film di Giulio Base.

Se nelle movimentate scene del rastrellamento e della fuga, girate in uno splendido bianco e nero, il regista fa valere il mestiere, quella lunga esperienza sul set che lo ha portato a bilanciare perfettamente pathos e pudore, è nella parte ambientata al giorno d’oggi che Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma acquista spessore, regalando gli spunti più genuini. Quella storia rimasta sepolta per troppi anni nel passato riaffiora infatti grazie a una lettera, fortunosamente rinvenuta in fondo a una valigia. I protagonisti diventano così alcuni adolescenti della Roma odierna, venuti in contatto tra loro proprio per via della lettera, alcuni dei quali appartenenti alla comunità ebraica mentre altri, tra cui l’inarrestabile e generosissima Sofia (Bianca Panconi), studiano in un esclusivo liceo musicale. Quei modi apparentemente “pariolini” però cederanno gradualmente il passo a una stupefacente sensibilità. Foraggiando così determinati percorsi diegetici che ci hanno ricordato, per certi versi, lo splendido Aurora Borealis di Marta Meszaros, con l’analoga detection tesa lì a ricomporre frammento dopo frammento quei traumi, parimenti deleteri, portati dall’occupazione sovietica e dall’imposizione post-bellica del “socialismo reale”.

Tornando di filato nella Città Eterna, non è a nostro avviso il dialogo a tratti spigoloso tra due culture differenti la vera forza trainante del plot. Il tratto più caratterizzante (ed eticamente apprezzabile) è rappresentato invece dall’approccio innovativo alle nuove generazioni, a quel loro stile di vita raffigurato non con la consueta vernice, improntata ad apatia e disimpegno, bensì estrapolandone una volta tanto le potenzialità positive. Un messaggio estremamente corretto è dato ad esempio dal modo in cui viene messo in scena (con tanto di scritte decisamente pop sullo schermo) il linguaggio dei social, dei nuovi media, che così spesso purtroppo associamo a casi di bullismo o comunque a pratiche degenerative, mentre qui ridiventa ciò che dovrebbe essere sempre, uno strumento d’incontro e un sostegno allo studio, alla creatività, alla ricerca. Giulio Base non teme insomma di confrontarsi coi tratti distintivi del teen movie o dell’affresco generazionale, al momento di porre in evidenza la schietta ed empatica volontà di quei ragazzi, disposti persino a sfidare i divieti posti da adulti di gran lunga più conformisti, diffidenti e e repressi, pur di far luce su quella storia che li ha tanto colpiti. Né teme il regista di affidare la possibile catarsi a una così essenziale e autarchica parentesi meta-teatrale, entrando in un terreno magari rischioso, che in genere solo autori come Martone sanno affrontare senza scivoloni. Anche lì Giulio Base se l’è cavata più che discretamente. Regalando verso la fine emozioni forti ma non gratuite, in quanto legate al sincero e volitivo impulso a tenere in vita la memoria di quei giorni tristi, pur tenendo la narrazione al riparo da artifici retorici. Assai diversificati perciò gli ingredienti, numerosi quanto i motivi che ci spingono ad applaudire Un cielo stellato sopra il Ghetto di Roma, consigliandone di conseguenza il recupero su RaiPlay, dove sarà visibile per tutta la settimana. Con una splendida canzone di Sergio Cammariere a tenerci per mano, lungo questo cammino a ritroso nel tempo.

Stefano Coccia

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