Tundra

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Il pollo si mangia con le mani, il cinema con gli occhi

L’anteprima nazionale di Tundra al Delle Province d’Essai si è svolta, lo scorso 9 gennaio, in quella atmosfera partecipata e vivace caratterizzata anche, al termine della proiezione, da una sanguigna discussione che ha visto noi di CineClandestino interagire con il cast, col pubblico e naturalmente con l’autore del film, Federico Mattioni, durante l’incontro che eravamo stati invitati a condurre. Tanti gli spunti emersi nel corso di un dibattito che è durato a lungo, rivelandosi piuttosto coinvolgente, con un susseguirsi di interventi dai toni assai vari ma tutti a loro modo schietti, sentiti. E tale esperienza ha avuto un corollario di lì a qualche giorno, allorché il lungometraggio è stato proiettato in una nuova cornice, al Teatro Flavio. L’auspicio è ovviamente che i primi appuntamenti capitolini siano soltanto il preludio a una circolazione più ampia, per questo lavoro cinematografico indubbiamente complesso, insolito, non assimilabile da qualsiasi palato, dal quale emerge comunque una visione artistica forte e definita.

Un po’ mockumentary, un po’ declinazione assai personale di un cinema sperimentale, che attraverso modalità espressive estremamente libere si sforza di coniugare la documentazione di una realtà sempre più precaria con quelle eteree tracce narrative e con altre intuizioni visive, che tendono a tratti verso la videoarte o comunque verso un linguaggio di ricerca; potrebbe anche essere inquadrato così, Tundra, film che in ogni caso si sottrae a troppo facili etichettature. Come un indiano metropolitano Federico Mattioni ha percorso i sentieri di una città, Roma, che negli ultimi decenni ha visto chiudere diverse sale cinematografiche che ne arricchivano l’offerta culturale. Dal cinema Africa al glorioso Metropolitan coi film proiettati in lingua originale, dal Puccini al Gioiello, da sale che presidiavano aree periferiche e di frequente “sguarnite” sul versante creativo ad altre collocate in zone più centrali, la desertificazione ha avuto inizio da tempo. Selvaggio processo di desertificazione in atto, da cui si generano poi appiattimento e imbarbarimento culturale.
Probabilmente Mattioni con una traccia del genere davanti a sé si sarebbe potuto limitare al classico documentario, ma ha voluto fare altro. La missione delle due ragazzine e il feticcio della pellicola sono il “MacGuffin” intorno al quale ruotano molti altri segmenti, forniti ognuno di una sua autonomia, di un suo stile. Se da un lato vengono citate di sguincio precise parabole autoriali, da Bergman al guerrilla-cinema di Herk Harvey, regista del memorabile Carnival of Souls, i generi stessi vengono rielaborati come potenzialità dello sguardo, come declinazioni di un immaginario che non può e non deve appiattirsi sui livelli della mediocrità attuale. In sequenze dotate ognuna di un proprio respiro compaiono così l’horror, la detective story, il teatro dell’assurdo, il musical, la stessa commedia di ambientazione romana, con personaggi (volutamente) più coatti di quelli cari a Verdone.

Tuttavia, più di uno spettatore ha puntato l’indice contro ciò che per altri versi dovrebbe essere tra i punti di forza, in un’opera cinematografica così concepita, ovvero il montaggio. Qualcosa di oggettivo in tale rilievo c’è pure. Rispetto al precedente e più fluido, armonico Dalle parti di Astrid, lungometraggio d’esordio del giovane cineasta, si percepisce a volte un venir meno del ritmo, un allentarsi della partitura musicale che tiene insieme i singoli quadri. Se anche noi abbiamo ravvisato qualcosa del genere, c’è da dire però che Tundra presenta, forse, qualche picco persino più alto rispetto all’altro film. Su tutti l’ipnotica sequenza collettiva di danza dalle parti del Metropolitan, con le ragazze che sembrano ballare ognuna con un proprio ritmo nella testa (e nelle cuffie). Ipotetica cesura centrale del film, di cui riassume in un certo senso la poetica: una riappropriazione di spazi un tempo condivisi, nell’epoca che ci vede però agire quasi sempre come monadi. Note di merito anche per il vibrante monologo recitato da Maria Laura Moraci, che ha letteralmente stregato il pubblico, e per la surreale, grottesca parentesi noir: ne è protagonista tra gli altri l’irresistibile attore filippino Noli Sta Isabel, visto tante volte qui in italia in ruoli di cameriere o maggiodomo, ma una volta tanto spumeggiante detective. Come a dire che, per la realizzazione di Tundra, oltre alla visione autoriale di Federico Mattioni si è resa necessaria una crew affiatata e visibilmente partecipe del progetto.

Stefano Coccia

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