The Milk System

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Fermenti lattici

Può un alimento chiave per il nutrimento globale come il latte diventare una minaccia per quella larghissima fetta di persone che ogni giorno, a tutte le latitudini, ne fanno ampio consumo? La risposta è affermativa, poiché quando dietro alle filiere gravitano e si moltiplicato interessi e tentativi di speculazione anche i beni di pubblico utilizzo, apparentemente non soggetti a illeciti, si trasformano in obiettivi sensibili. Nel corso dei decenni, la Settima Arte oltre all’intrattenimento fine a se stesso ha contribuito ad accendere i riflettori su pratiche e temi come questi. The Milk System, il documentario d’inchiesta diretto da Andreas Pichler che denuncia i meccanismi e le ripercussioni della produzione intensiva di latte nel mondo, nelle sale nostrane a partire dal 23 gennaio con Movieday dopo che un esposto di Coldiretti e Assolatte aveva bloccato l’uscita lo scorso ottobre, ne è la dimostrazione tangibile.
La pellicola del cineasta di Bolzano, premiato al festival Cinemambiente 2018 e vincitore di premi e menzioni speciali in numerosi festival europei, parte da un assunto largamente condiviso che, minuto dopo minuto, viene minuziosamente dissezionato: il latte è sinonimo di salute e benessere. È considerato un alimento naturale e ricco di nutrienti, il che lo rende un prodotto ideale per il mercato. In Europa è diventato un elemento centrale della nostra dieta solamente dagli anni Cinquanta e Sessanta. Sin da piccoli ci viene detto che il latte è un vero e proprio toccasana, ma è veramente così salutare? Per trovare risposte a questa e ad altre domande il film ne esamina da vicino sotto la lente d’ingrandimento della macchina da presa l’attuale sistema produttivo, al fine di mettere in evidenza l’impatto negativo che questo ha e può avere sugli animali, sull’ambiente, sulle politiche e soprattutto su di noi. Per farlo, l’autore va a incontrare contadini, allevatori, politici, lobbisti, ONG e scienziati, nel corso di un viaggio audiovisivo attraverso diversi continenti che smaschera preconcetti presentando nuove soluzioni. Ciò che un tempo si considerava naturale ed innocente, da non molto si è trasformato in una merce capace di fatturare cifre da capogiro. In tale contesto, fattori come la sostenibilità o il rispetto dei metodi di produzione tradizionali sono totalmente irrilevanti. Il film svela verità sorprendenti sul sistema latte: chi ci guadagna e a spese di chi? Il sistema ha un futuro ed esistono delle alternative? Per farlo accende i riflettori sulle malefatte perpetrate dai carnefici di turno, rivelando nel proprio DNA quelle intenzioni investigative che alimentano i fotogrammi di un efficace lavoro d’inchiesta giornalistica condotta sul campo con cura e determinazione. L’autore non ha paura di sporcarsi le mani e ci mette non solo la voce ma anche la faccia, andando di nazione in nazione a raccogliere testimonianze di persone sedute da una parte e dall’altra della barricata.
Per fornire risposte più o meno esaustive alle domande sollevate proveremo, avvalendoci dei contenuti e delle argomentazioni presenti nel documentario, ad affrontare di petto il tema, analizzandone gli aspetti, alcuni di quali sconvolgenti, tanto da gettare ombre su un settore, quello alimentare e nello specifico lattiero-caseario, che non pensavamo potesse arrivare a tanto. Prima di addentrarci nel “magma incandescente” è necessario riavvolgere le lancette dell’orologio e tornare alla radice del rapporto. La storia dell’uomo e del latte inizia 8.000 anni fa. A quel tempo i primi contadini scoprirono che potevano bere il latte delle mucche che avevano vitelli da allattare. Questo comportava una risorsa in più in tempi di magra. Da allora in molti miti e testi sacri il latte è celebrato come un bianco elisir di lunga vita. Nel corso degli ultimi decenni però il rapporto tra uomini, animali e latte è cambiato in modo radicale. Solo in Europa si tratta di un mercato da 100 milioni di euro per una produzione di quasi 2 milioni di tonnellate di latte all’anno. Il latte è diventato una materia prima a largo consumo molto richiesta soggetta a compravendite selvagge che ha innescato una lotta fratricida tra quei soggetti che hanno optato per la produzione intensiva su larga scala e chi, al contrario, ha scelto – tra mille difficoltà – di continuare a puntare sui metodi tradizionali. Nel mezzo dell’ennesima battaglia tra Davide e Golia trovano posto coloro che, invece, per puro spirito di sopravvivenza hanno deciso di scendere a compromessi chiedendo un aiuto alle moderne tecnologie e alla scienza per aumentare produzione e fatturato; vedi ad esempio l’uso non regolamentato della genetica nell’ingravidamento delle vacche. Il tutto sotto gli occhi di Bruxelles. Quest’ultimo, infatti, è un luogo centrale per l’Europa, laddove partono le decisioni che influiscono sul futuro della produzione di latte nel Vecchio Continente e non solo. Da lì ogni anno vengono stanziati 45 miliardi di investimenti nel settore dell’agricoltura, che rappresentano la voce di bilancio più grande dell’Unione Europea.
La macchina da presa di Pichler non può esimersi dal fare tappa nei meandri del quartier generale dell’UE per cercare di rivelare allo spettatore la natura di certi investimenti e come questi, machiavellicamente parlando, vengono elargiti. Allo stesso tempo, in controcampo, il regista ci rimbalza in quelle piazze dove le vittime sacrificali, ossia gli addetti ai lavori più deboli, manifestano in tutta Europa per far valere le rispettive ragioni in cortei di massa, dove puntualmente vengono meno le associazioni degli agricoltori. Queste risultano il più delle volte assenti ingiustificate, poiché come si deduce dalla visione del film si tratta di soggetti che invece di curare gli interessi della categoria, assecondano invece quelli del nemico numero 1, vale a dire le multinazionali e le lobby. Tali soggetti sono conniventi e quindi parte integrante del sistema “corrotto”. Non siamo noi a dirlo, bensì le immagini, le prove schiaccianti e le testimonianze impresse sulla timeline di The Milk System.
Quella alla quale assistiamo inermi è una vera e propria corsa all’oro, o meglio una sfida alla quale le aziende coinvolte non vogliono minimamente sottrarsi. Del resto in guerra tutto è lecito. Pena la retrocessione dai gradini più alti della scala di potere e di profitto da una parte e la sopravvivenza sul mercato dall’altra. Trattasi di un sistema che fagocita, schiaccia e mette l’uno contro l’altro multinazionali, distributori di prodotti a marchio proprio e piccoli attori a conduzione familiare, che hanno tutti bisogno di acquirenti. Questo da una parte stimola la concorrenza, ma dall’altra determina un abbattimento dei prezzi che provoca l’annientamento dei rivali più deboli. Charles Darwin. Nel mercato globalizzato i prezzi, infatti, sono fortemente connessi e sottoposti ad un continuo gioco al ribasso che favorisce le multinazionali. Di conseguenza, lo sviluppo di quest’ultimi a Berlino ad esempio può dipendere da un trend in Cina o viceversa.
Ma chi ne paga le vere conseguenze resta solo e soltanto il consumatore, costretto a subire passivamente gli esiti del conflitto. La qualità del latte e la sua naturalezza vengono messe seriamente in discussione. Tutti i mali che ne derivano sono connessi tra loro e generano una reazione a catena che mette sotto pressione gli allevatori e determina una crisi (negli ultimi anni si è registrato anche un aumento dei casi di suicidi da parte degli imprenditori), rovina l’ambiente a causa dell’inquinamento delle industrie e del mancato smaltimento/riciclo delle tonnellate di liquami prodotti, può provocare secondo studi scientifici una serie di patologie e forme cancerogene.
Il guadagno sfrenato è il baricentro dell’intera “annosa” faccenda e in nome di questo si sceglie di chiudere gli occhi e di calpestare tutto e tutti. Per chiarire una volta per tutte di cosa si sta parlando, ad oggi il fatturato complessivo della vendita al dettaglio nel mondo si aggira intorno all’1,4/1,5 trilioni di euro. Una cifra vertiginosa, con l’industria alimentare che ad oggi è il settore più grande dell’economia mondiale, ben al di sopra di quello automobilistico e chimico. Il boom deriva dal fatto che nel Duemila ci fu la liberalizzazione non solo nel settore agricolo ma anche in quello finanziario. Ciò ha favorito l’apertura del mercato europeo verso l’oltreoceano e lo sviluppo di quelli del futuro nel Medio Oriente, Cina e Africa. Dunque, non si tratta più di garantire approvvigionamenti alimentari in Europa e provare a combattere la fame nel mondo, che erano e dovrebbero essere gli scopi dichiarati della politica agraria dell’UE, ma l’obiettivo ora perseguito è di far produrre per esportare nei mercati non comunitari, sostenendo così le grandi multinazionali nella loro crescita continua. Nello specifico il consumo pro-capite di latticini fuori dall’Europa continua inesorabilmente ad aumentare, mentre nel Vecchio Continente i consumi stagnano e il fruitore chiede ed esige prodotti sempre nuovi e al passo con i tempi. In generale questo è lo scenario attuale, nel quale si punta al surplus e gran parte dei soggetti coinvolti, tanto nel sistema quanto nella filiera che vi è alla base, non vuole mantenersi al di sotto di un limite prefissato. L’espansione e la conquista del mercato globale sono quindi i bersagli da centrare ad ogni costo, nonostante il settore sia arrivato a un punto di saturazione, al limite del collasso. Siamo in presenza di una gigantesca bolla destinata ad esplodere. Solo il ritorno alle sane abitudini e alle rispettose pratiche del passato può in qualche modo impedire che ciò avvenga. Ma non sono sufficienti sino a quando chi muove i fili non si renderà conto dei rischi che stiamo correndo. La corda più la tiri e più aumentano le probabilità che si spezzi.

Francesco Del Grosso

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