I bambini di Rue Saint-Maur 209

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Credevo di aver dimenticato, e invece no

Gli edifici di Parigi sono solidi, ben costruiti con dura pietra. Sono buoni edifici fatti per durare, per ospitare molte generazioni, sono come massi attorno al quale scorre il fiume del tempo. Contengono molte storie, gli edifici di Parigi, storie che forse si sarebbe preferito dimenticare e che invece ritornano alla mente perché le si è ascoltate fin da bambini, come la storia dei tre porcellini; solo che, al contrario di quella storia, non basta avere una casa di pietra per essere protetti.

La regista Ruth Zylberman, specializzata in documentari, avvia un lavoro di inchiesta su ciò che accadde a Parigi nei giorni 16-17 luglio 1942, durante i quali ebbe luogo il rastrellamento del Velodromo d’inverno, la più grande retata di ebrei condotta sul territorio francese durante la seconda guerra mondiale. In quei due giorni furono arrestate 13.152 persone, poi trattenute nel Velodromo d’Hiver e nel campo di internamento di Drancy per essere infine deportate ad Auschwitz. Per parlare di questo evento terribile della storia francese la regista adotta la figura retorica della sineddoche e si concentra su di uno stabile del x° arrondissement di Parigi, il numero 209 di Rue Saint-Maure del titolo.
Partendo dal censimento del 1936, l’ultimo prima della guerra, la Zylberman ricostruisce la popolazione di abitanti al 209 di Rue Saint-Maure, ne rintraccia i pochi sopravvissuti, all’epoca dei fatti tutti bambini o poco più, ed attraverso i loro ricordi ricostruisce il periodo dal ’36 a quei terribili giorni del 1942.
Per mezzo delle vicende degli abitanti il caseggiato ci viene mostrata una testimonianza di ciò che accadde in Francia in quegli anni, prima un paese liberale, democratico, tollerante; poi via via sempre più chiuso ed intollerante. Prima arrivarono voci, suggestioni, avvisaglie, poi arrivò il ’40 che portò i tedeschi ed il generale Pétain e con loro arrivarono le leggi razziali. Infine arrivarono il 16 e 17 luglio 1942.
Tutto questo si stende davanti a noi tramite le testimonianze dei sopravvissuti; testimonianze imperfette, lacunose. Erano solo bambini, non poterono capire completamente quel che successe all’epoca, i loro ricordi risultano a volte sfocati o assenti, come se, in alcuni casi, avessero preferito dimenticare. E allora gli incontri con la regista fungono da molla per riattivare quei ricordi, per riportarli a galla e permetterle, parallelamente, di continuare la sua attività di investigatrice e portare così nuovi elementi agli incontri successivi e riuscire, per quanto possibile, a ricostruire il passato. Vengono dunque alla luce la storia minima di un gruppo di persone travolte da un grande male e tutte le storie, edificanti e traviate, di cui si resero responsabili: il collaborazionismo e la resistenza, il dolore e l’amore; tutto poi ricomposto in un finale che sembra voler testimoniare la capacità di sopravvivere al male, per quanto grande esso sia.

Luca Bovio

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