Tokyo Love Hotel

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Eros, solitudine e convenzioni sociali

Dagli applausi, dalla commozione e dal divertimento degli spettatori presenti al Far East Film Fest 2015, passando poi per la speciale anteprima organizzata a Roma presso l’Istituto di Cultura Giapponese, si può dire che il film di Ryūichi Hiroki abbia beneficiato in Italia di un benvenuto particolarmente caloroso. E a rendere tale cornice più allettante anche per gli addetti ai lavori, ci ha pensato proprio l’appuntamento romano: prima la proiezione, in quella saletta che nel corso degli anni ha ospitato eventi analoghi e intere retrospettive dedicate ai massimi rappresentanti del cinema nipponico, poi un rinfresco a base di sushi (finito troppo presto: un peccato) e fresche bottiglie di birra del sol levante. Dulcis in fundo, breve visita guidata al giardino stile sen’en annesso al suddetto istituto, uno spazio cui raramente è dato accedere e che per l’occasione è diventato invece il pretesto di una piacevole passeggiata, accompagnata da spiegazioni che ne hanno reso più comprensibili a un pubblico occidentale la funzione e la genesi stessa.
Tutto ciò per quanto concerne la presentazione romana, con le piccole accortezze servite a connotare un evento che, dai presenti, è stato molto apprezzato. Ma noi il film lo conoscevamo da quando era passato a Udine, in occasione del festival. E l’unica cosa che all’inizio ci ha lasciato un po’ spaesati, inevitabilmente, è proprio il doppiaggio italiano.

Per il resto Tokyo Love Hotel si è confermato delizioso mosaico di storie, intrecciate tra loro e simbioticamente legate a un’ambientazione dai tratti alquanto peculiari: il classico alberghetto a ore, frequentato da una varia umanità che, tra clienti, giovanissime escort e impiegati dell’hotel, costituisce per Ryūichi Hiroki l’occasione di tastare il polso all’altrettanto variegata popolazione della capitale giapponese. Del resto il cineasta nipponico aveva mosso i primi passi proprio nel colorato universo dei pinku eiga. E questo si nota, in positivo. L’erotismo soft, divertito, tendenzialmente pop, si sposa qui con un’impostazione minimalista del racconto, mai noiosa e capace di farsi carico con naturalezza di quelle tensioni di natura sociale, magari piccole, ma raffigurate in modo estremamente attuale.
Nel velatamente altmaniano gioco delle coppie che Ryūichi Hiroki riesce ad orchestrare, c’è spazio infatti per la giovane idol disposta a tutto pur di sfondare come per il derelitto privato all’improvviso del lavoro nella sua azienda, per la zelante poliziotta frustrata a livello privato come per la simpatica coppia di latitanti in fuga da anni, per la lavoratrice del sesso immigrata dalla Corea (e qui il film apre un’inquietante parentesi sul sopravvivere di manifestazioni nazionaliste in Giappone) come per il ragazzotto approdato nella capitale dopo aver toccato con mano la vita nelle zone devastate dallo tsunami. Insomma, in filigrana Tokyo Love Hotel lascia intravvedere sogni, delusioni, ombre di un Giappone piegato da crisi economica e funeste catastrofi naturali, ma sempre in grado di produrre incredibili rigurgiti di vitalità, come anche sorprendenti deviazioni del proprio ricchissimo, sfaccettato immaginario cinematografico. Tutto ciò riesce poi al regista con un senso della narrazione, con un’attenzione per i personaggi, che non si perdono mai nella peraltro ragguardevole durata del film, appassionando lo spettatore dall’inizio alla fine e anche oltre, considerando la deliziosa scena inserita dopo i titoli di coda.

Stefano Coccia

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