American Ultra

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

007 “fai da te”

Tra le non troppe idee vincenti presenti in American Ultra conviene citare subito quella che vede la reunion tra Jesse Eisenberg e Kristen Stewart, già efficace coppia nel ben più riuscito Adventureland (2009) di Greg Mottola. Molto lontani dalla grazia del racconto di formazione che era al centro del film appena citato, American Ultra, diretto tramite pilota automatico da quel Nima Nourizadeh che ci aveva regalato l’inquietante – perciò a suo modo più interessante – Project X – Una festa che spacca quattro anni addietro, catapulta lo spettatore in una spy action capace di incuriosire all’inizio, ma non in grado di tenere sulla lunga durata, mostrando in ogni aspetto la scaltrezza estrema dello script di Max Landis. Proprio il figlio del grande John si deve ritenere il padre putativo di questo lungometraggio; il quale, giocando d’accumulo e andando a curiosare dietro la normalità di una provincia americana di alienante routine, lascia trasparire che nulla è come sembra, trasformando quella che inizialmente pareva una paciosa commedia di caratteri in una survoltata – e a tratti confusa – passeggiata nel cinema d’azione e non solo degli ultimi decenni. Come se l’illustre pargolo, ormai peraltro più che trentenne, avesse voluto dimostrare di “aver fatto i compiti a casa” e meritare per questo il buffetto di elogio da parte del genitore.
Mike Howell (Eisenberg) raccoglie in sé tutti i luoghi comuni della gioventù americana contemporanea vista da quella parte di società conservatrice e moralista. Fricchettone, dedito a qualsiasi tipo di droga, con un lavoro di routine in un centro commerciale perennemente deserto che non lo aiuta affatto a vincere le sue idiosincrasie. Tra cui il terrore di prendere l’aereo. Meno male che c’è l’amorevole Phoebe Larson (Stewart) a prendersi cura di lui. Tuttavia, la verità che emerge a poco a poco racconterà ben altro. Mike è infatti il prototipo meglio riuscito di una schiera di agenti segreti super-addestrati ma “dormienti”, che deve essere eliminato a causa di una faida intestina nell’organizzazione. Logicamente c’è anche il folle agente C.I.A. che vuole portare a tutti i costi a termine l’operazione (Topher Grace, in una parte piuttosto singolare per le sue abitudini) nonché una collega (Connie Britton), la quale – come in ogni versione di Frankenstein che si rispetti – farà il possibile e l’impossibile per salvare la creatura da lei così ben addestrata anni prima.
Fatta eccezione per l’incipit rivelatore a gradualità regolata e il godibile epilogo in forma di omaggio agli agenti segreti del tempo che fu, l’unico divertimento nel guardare American Ultra consiste nel riconoscere in un tempo limite di dieci secondi la simbolica fonte, rappresentata da quanti e quali film del passato, da cui Max Landis è andato ad attingere per assemblare la sua sceneggiatura. Imbarazzo della scelta, perché in American Ultra ecco comparire tracce visibili della saga di Jason Bourne, con la questione identitaria ad essere ricostruita grazie alla sorprendente abilità nel difendersi e uccidere dimostrata dal protagonista; del primo Terminator con l’assalto alla stazione di polizia menzionato quasi per filo e per segno, ma anche un’atmosfera generale alla Truman Show, con il personaggio di Mike controllato ed impossibilitato dall’alto ad evadere dal proprio habitat, pena induzioni di incontrollabili crisi di panico. Queste e molte altre “citazioni” contiene il film diretto da Nourizadeh, quasi un teorema cinematografico più o meno vivente a proposito di una deriva postmoderna incapace di null’altro se non bearsi della sola peculiarità che gli appartiene: un’insaziabile auto-referenzialità che alla lunga provoca, nello spettatore, solo indigestione da overdose di immagini sin troppo rimasticate. Si potrà obiettare che trattasi in fondo di semplice cinema d’intrattenimento; ma vorrebbe dire, oggi come oggi, rinunciare a priori alla possibilità di stupirsi piacevolmente nel trovarsi di fronte a qualcosa di davvero originale.
Non fosse dunque per il talento e la simpatia dei due attori principali, American Ultra meriterebbe un giudizio persino più severo…

Daniele De Angelis

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