To the Ends of the Earth

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8.0 Awesome
  • voto 8

Ground Control to Major Tom…

Space Oddity è uno dei maggiori successi di David Bowie e, in quella che diventò una tradizione nella produzione del cantante, un testo enigmatico che si apre a più interpretazioni. Le più seguite su questo pezzo sono quelle che parlano, seguendo in parte alcune dichiarazioni dello stesso Bowie, di un testo che affronta i temi dell’alienazione e del sentirsi soli. Questo To the Ends of the Earth dell’esperto regista nipponico Kiyoshi Kurosawa, presentato nella sezione non competitiva FLASH del 30° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina mostra diverse assonanze tematiche con la canzone di Bowie. Il protagonista della canzone e Yoko, la talentuosa Atsuko Maeda, condividono un senso di solitudine ed impotenza che li rende quasi prigionieri di un atteggiamento chiuso e rinunciatario. Ciò ci viene ben illustrato dal regista attraverso più inquadrature frontali che ricordano anche il suo più noto, almeno per noi occidentali, omonimo ed il suo Rashomon. Inquadrature che in alcuni momenti simulano quelle tipiche del linguaggio televisivo e che potremmo definire “devianti”; nascondono più che mostrare, mentre in altri costituiscono un ponte tra spettatore e personaggio permettendo un confronto diretto. Tuttavia, altre sono le inquadrature maggiormente rivelatrici. Prese da più distante ma che riescono a essere più intime ed a parlarci della protagonista. È in queste inquadrature che si nota chiaramente tutto il disagio della giovane, il suo senso di solitudine ed il suo spaesamento. In questi casi la camera pare quasi voler tenere le distanze forse per un senso di pudore nei confronti dell’interiorità della protagonista, forse perché avverte la difficoltà di Yoko nell’aprirsi e stabilire un reale contatto con il prossimo. In questo senso il personaggio della guida Temur (Adiz Rajabov) è l’opposto di Yoko, un carattere aperto e proiettato verso l’altro dal quale, però, la ragazza apprende la bellezza del contatto e dell’apertura. E non è certo casuale che per gran parte della pellicola l’essere con il quale riesce ad entrare più in empatia sia una capra domestica, nella quale rivede la propria costrizione ed indeterminazione. Riprendendo il parallelo con Major Tom, Yoko dimostra una propositività maggiore. Tenta, in effetti, alcune sortite al di fuori della capsula di viaggio ma, chiusa nel suo atteggiamento negativo, non riesce di sfruttarle al meglio. Ci vorrà tempo ed un’esperienza quasi traumatica per spingerla fuori dal proprio guscio, non a scontrarsi con la diversa cultura ma ad incontrarla; e facendo ciò a ritrovare se stessa. Con questo film Kurosawa ci parla delle difficoltà e dei rischi di aprirsi al mondo ed a ciò che non conosciamo, ma anche dei guadagni che sopravanzano di molto quei rischi. Dimostrandosi in tal modo coerente con la propria filmografia che lo ha portato a girare lontano dal Giappone, confrontandosi con culture diverse. Viene naturale pensare che questo film costituisca anche un consiglio al pubblico da parte sua.

Luca Bovio

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