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Tiger Stripes

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VOTO: 8

Il mio battito animale

Nella giornata che gli organizzatori dell’Oltre lo specchio Film Festival hanno voluto dedicare alla Malesia nell’arco della sua quinta edizione non poteva di certo mancare quella che è stata senza alcun dubbio una delle sorprese dell’ultima stagione, tanto da essere scelta per rappresentare la cinematografia in questione alla prossima notte degli Oscar. Si tratta di Tiger Stripes, pellicola d’esordio della giovanissima regista Amanda Nell Eu, che prima di approdare in anteprima italiana alla kermesse milanese ha riscosso consensi tra pubblico e addetti ai lavori ovunque sia stato presentato nel circuito festivaliero internazionale, a cominciare da Cannes 2023 dove si è aggiudicata il premio per il miglior film alla Semaine de la critique.
Ambientata nella Malesia rurale, la pellicola ci porta al seguito Zaffan, una dodicenne che si accorge che all’interno del suo corpo stanno avvenendo improvvise mutazioni. Molte compagne di classe terrorizzate la allontanano, altre cercano di capire cosa le sta accadendo. Interverrà un sedicente santone per allontanare i demoni dal suo corpo, ma alla fine, la ragazza sarà costretta a lasciare il villaggio dando così sfogo alla sua vera natura.
Se l’impressione iniziale può essere quella di trovarsi al cospetto di un nuovo capitolo di un romanzo di formazione dai toni drammatici, questa poco dopo lascerà sempre più velocemente il testimone ad altro, pur conservando in dotazione tematiche universali e dal peso specifico rilevante I primi segni di mutazione corporea e comportamentale della protagonista, qui interpretata da una credibilissima e intensa Zafreen Zairizal, coincidono infatti con l’entrata prepotente di Tiger Stripes in un cinema più dichiaratamente di genere, mantenendo però una certa autorialità. Il film e di conseguenza storia, atmosfera e personaggi cambiano infatti pelle, trasformandosi nella materia incandescente su e intorno alla quale prende forma e sostanza un body horror dal forte impatto emotivo la cui visione non può lasciare indifferenti. Un body horror che parte dalla lezione cronemberghiana per poi assumere le sembianze di un incrocio genetico tra Raw e Lasciami entrare.
Peccato solo per gli effetti, soprattutto per quanto concerne il trucco prostetico, che non sempre risultano speciali, depotenzializzando in parte la componente visiva e tecnica dell’opera nel suo complesso. Ciò non ha impedito però alla promettente cineasta malese di utilizzare le affilatissime armi in dotazione al filone per affondare la lama e dire la sua, con coraggio e senza mezze misure, su specifiche argomentazioni. Con questa perla grezza dalla grande capacità di fuoco, Amanda Nell Eu fa leva sulle vicende personali di un’adolescente per puntare il dito contro quel conservatorismo che ancora persiste in diverse aree geografiche delle varie latitudini, nello specifico quella rurale malese, che riguardano la condizione femminile nella società odierna. Zone nelle quali certe forme mentis e ideologie rappresentano delle vere e proprie sacche di resistenza andandosi a mescolare senza soluzione di continuità con tradizioni popolari, antiche credenze ed esoterismo. A farne le spese sono ragazze e donne come la protagonista di Tiger Stripes che diventa oggetto di atti di bullismo e carne da macello per rapporti nocivi dentro e fuori dalle mura domestiche. L’opera in tal senso non fa sconti a nessuno, in primis al suo personaggio principale che viene dipinto sullo schermo dall’autrice come un fragile guscio percosso da violente trasformazioni fisiche e mentali, causate da pulsioni interne che esplodono improvvisamente e da sollecitazioni esterne tanto in famiglia quanto in ambiente scolastico che provocano una reazione estrema.

Francesco Del Grosso

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