The Seed

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Prima o poi la corda si spezza

C’è una tendenza all’interno della nostra società di cui siamo tutti più o meno consapevoli ma che teniamo sulla soglia della nostra coscienza: la spinta al successo a tutti i costi. Nella sua versione moderna è un qualcosa che è partito soprattutto negli anni Ottanta e che all’epoca veniva definito “rampantismo”. Ma in realtà è sempre esistito. Una persona vale per quanto sa farsi strada nella società in cui vive. Ci ragiona anche la regista tedesca Mia Maariel Meyer nel suo secondo lungometraggio di fiction, questo Die Saat (titolo internazionale The Seed) in concorso al 40° Bergamo Film Meeting.
Fin dalle primissime immagini il film si configura per un occhio della macchina da presa indagatore e presente, che irrompe nella realtà dei personaggi li segue e li scruta. Questo e il largo uso della camera a mano sono una probabile eredità della lunga esperienza della regista nell’ambito del cinema documentario. La regia analizza e riporta più che assistere o mettere in scena l’azione diegetica e, purtuttavia, questo è indubbiamente un lungometraggio di fiction. Certe finezze e la cura per la scrittura di situazioni e personaggi lo testimoniano.
L’opera descrive una società feroce e prevaricatrice, nella quale l’unico vero valore rimasto sembra essere quello della capacità di soddisfare le richieste di mercato. È certamente cinema civile, ma non il cinema civile di Ken Loach e nemmeno quello dei fratelli Dardenne. Nemmeno la lezione di Fassbinder e del Nuovo Cinema Tedesco, pur presente e riconoscibile, serve ad esaurire i riferimenti utili per comprendere meglio il film. Resta allora un’ultima possibilità, ovverosia che la Meyer non si sia limitata a prendere spunto da chi è venuto prima di lei, ma che abbia realmente compreso ed introiettato la lezione per poi elaborare qualcosa di puramente personale all’interno di un alveo più ampio. E questo, in un mondo dell’arte schizofrenico nel quale ogni opera deve essere assolutamente nuova e mai vista eppure molti, se non tutti, copiano a piene mani da chi li ha preceduti, è una grande nota di merito per la personalità autoriale della regista.
Mia Maariel Meyer realizza ciò che lei stessa descrive come un: “thriller sociale in cui la pressione è l’antagonista che decostruisce l’individuo, distrugge le famiglie, crea un divario ancora più ampio tra poveri e ricchi e, soprattutto, rende impossibile per i nostri figli sentirsi al sicuro.”; nel quale cerca di rispondere alla domanda su quanta pressione una persona possa sopportare, qui il protagonista Rainer dell’ottimo Hanno Koffler e la figlia Doreen della sorprendente Dora Zygouri le cui vicende sono parallele e speculari, prima di esplodere. Un film a tratti crudo, realista ma che resta aperto alla speranza, per quanto flebile, il quale non manca di lasciare nella mente dello spettatore uno spazio per la riflessione su quanto sia lecito sopportare e su quanto di giusto ci sia in una simile realtà.

Luca Bovio

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