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The Scary House

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VOTO: 7,5

L’horror secondo Watanabe

A Udine la lunga serata del 2 maggio, oltre a portare in dote l’annuncio di tutti i film premiati, ha regalato al pubblico il secondo appuntamento con gli special screenings di questo 27° Far East Film Festival: Ya boy Kongming! The Movie del film-maker nipponico Shibue Shuhei. Dal punto di vista dell’intrattenimento nudo e crudo un’ottima scelta. Praticamente un film-concerto che vede intrecciarsi con grande spensieratezza cultura dei manga, J-Pop e richiami alla storia antica della Cina, resi palpabili anche in sala dal fatto che il protagonista si è presentato al Teatro Nuovo Giovanni da Udine con lo stesso meraviglioso costume (e make-up) precedentemente sfoggiato sul set.
Anche l’altro titolo “fuori concorso” di questa edizione non appartenente ai documentari o a retrospettive varie è uscito fuori dal Giappone. Qui però c’è da spendere qualche parola in più. Poiché vi è nuovamente di mezzo quel Watanabe Hirobumi, appartato autore di indie movies dal timbro inconfondibile, che proprio il festival friulano in questi anni ci ha permesso di conoscere e amare.

L’esperienza sul set vissuta assieme a un piccolo team di parenti, amici e sodali, il tono generalmente beffardo e auto-ironico della narrazione, lo stile di riprese così asciutto e essenziale: vi sono anche queste, tra le coordinate di base del suo modo di intendere il cinema, come pure della nuova impresa cinefila da lui realizzata. Ci si chiedeva semmai come il regista si sarebbe rapportato a un genere come l’horror. A conti fatti, visto finalmente The Scary House, possiamo dire che è riuscito a non snaturare se stesso divertendosi però a citare, smontare e ricodificare i meccanismi stessi della paura, così come si può manifestare sul grande schermo.
L’autoreferenzialità torna qui a tingersi di coloriture surreali e grottesche. Nel film, concepito come nelle abitudini dell’autore a ridosso di sfacciati intenti meta-cinematografici, Watanabe stesso si presenta quale (più o meno) autarchico cineasta, cui una produttrice di Tokio commissiona di punto in bianco lo strano ibrido tra documentario e horror del quale stiamo parlando, da girare presso un’abitazione di provincia che si presume infestata; luogo in effetti inquietante, che non sfigurerebbe certo nelle più note pellicole di Shimizu, dove allo svogliato film-maker, che, ironia della sorte, dichiara da subito di disprezzare sia il soprannaturale che gli horror, viene inoltre richiesto di pernottare per tutto il tempo delle riprese: almeno cinque notti, quindi, prima in solitaria poi condividendo alloggio e inquietudini con l’operatore assunto in corso d’opera o con qualche nuovo ospite, che dall’iniziale calma piatta porteranno protagonista e spettatori a non poche deliranti, agghiaccianti sorprese.

Watanabe, staccatosi infine dagli ambienti famigliari della sua Otawara, si ritrova così in una situazione a lui estranea affrontandola prima da sbruffone, poi con apprensione crescente, apprensione destinata a sfociare verso la fine in momenti di autentico terrore. Gioca insomma in modo spavaldo, situazionista, col genere di riferimento. E lo fa sfruttando ad esempio una sua naturale propensione per le scene lunghe con la camera fissa, in modo da ricreare dentro le varie stanze (tra cui quella più disturbante con bambole disseminate ovunque) sequenze notturne “alla Paranormal Activity” condite da strani rumori e da singolari epifanie, di volta in volta realmente paurose o semplicemente balorde, ridicole.
Disarmante è poi la semplicità con cui gestisce, artigianalmente, jump scare, minacce fuori campo e altri trucchi del mestiere che riescono a far sobbalzare lo spettatore sulla poltrona, magari un istante dopo aver sfiorato la parodia. L’estetica un po’ grezza del found footage contamina così le stralunate interviste agli abitanti del villaggio. Tutto ciò, poi, sfruttando al meglio sia i rumori d’ambiente che le potenzialità di una sorniona colonna sonora su cui Watanabe Yuji ha operato con spirito analogo a quello del fratello. Approdando cioè a un divertito citazionismo, allorché è quasi l’impronta musicale dei Goblin nei film di Dario Argento a essere parafrasata, nelle battute iniziali, per approdare poi a tracce sonore più soffocanti, minimali, per quanto ricollocate nella cornice guascona e paradossale che contraddistingue, fino all’epilogo con didascalie d’ordinanza sulla sorte cui sono andati incontro i protagonisti, l’intero racconto.

Stefano Coccia

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