Gioie e dolori
A detta dei selezionatori del Bergamo Film Meeting sono molte le opere giunte all’attenzione del festival che ruotano intorno al tema della maternità, alcuni dei quali poi scelti dal comitato e dalla direzione artistica e inserite nelle diverse sezioni che vanno a comporre la line-up della 43esima edizione. Una di queste è The Labour of Pain and Joy (Kivun ja ilon työ) di Karoliina Gröndahl, presentata all’interno della competizione di “Visti da vicino” dopo l’anteprima mondiale al CPH:DOX.
La regista finlandese tratta il suddetto tema focalizzandosi sul parto, un’esperienza definita da lei che l’ha vissuta in prima persone sei anni fa come travolgente ma anche terribile, un momento di grande vulnerabilità che sottopone il corpo a profondi cambiamenti. Ed è proprio da questa esperienza personale, dalle dinamiche a essa connesse e dal ventaglio di emozioni cangianti che hanno attraversato e attraversano tutte quelle donne che come lei hanno voluto e deciso di mettere al mondo dei figli che questo potentissimo documentario innesca il suo percorso narrativo. L’autrice però non racconta in chiave autobiografica un capitolo importante della sua esistenza, quello in cui è diventata madre, ma spinto da esso, da tutto ciò che ha provato e comportato è voluta partire per dare vita a un’opera che non può lasciare indifferenti gli spettatori di turno, poiché capace di scuotere e di provocare emozioni intense e potentissime. Impossibile in tal senso non venire travolti dallo “tsunami” che una visione così impattante, coinvolgente e totalizzante è in grado di lasciare al suo passaggio nella retina, nella mente e nel cuore del fruitore.
Tutto questo è il risultato di un film che senza sensazionalismi e spettacolarizzazioni riesce ad arrivare indistintamente a tutti, uomini compresi. Lo spettatore in generale è chiamato a misurasi con l’esperienza del parto senza filtri e all’insegna di un documentarismo di pura osservazione radicale e rigoroso che ricorda la compenetrazione e il livello di immersione al quale solo uno come Frederick Wiseman è capace di arrivare. In questo l’approccio della collega scandinava si avvicina molto. I corpi delle persone coinvolte sono filmati con un’intensità incandescente, restituendo in tutto e per tutto l’incredibile intimità di un evento che normalmente rimane nella sfera privata e che il cinema spesso edulcora. Lo fa seguendo con una cinepresa che non indietreggia di fronte a nulla, in modo frontale, incollata pochi centimetri di distanza dai soggetti filmati, mostrando il travaglio in tutta la sua cruda realtà. Diverso per intendersi dalla poesia e dal lirismo che l’armeno Artavazd Pelešjan, con in sottofondo il battito del cuore e il commento musicale della “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi, aveva portato sullo schermo nel raccontare il parto di una donna nel suo ultimo folgorante cortometraggio Vita.
La Gröndahl ci mostra delle vie alternative di vivere quel momento attraverso persone che hanno deciso di riappropriarsi di questa esperienza. Si tratta di due esperte finlandesi in materia, l’ostetrica Kirsi e la doula (figura assistenziale non medica e non sanitaria che si occupa del supporto durante tutto il percorso perinatale) Anna-Riitta. Entrambe lavorano per migliorare le pratiche di parto sia in ospedale che a casa, vivendo ogni giorno questo evento sconvolgente come un aspetto naturale della sessualità umana. Il tutto evidenziandone le gioie ma anche e soprattutto le difficoltà a livello personale, sociale e sanitario. E risiede anche in questo punto di vista che porta con sé l’esplorazione e l’approfondimento di argomentazioni poco battute come la “violenza ostetrica” uno dei tanti spunti di riflessione e interesse legati alla visione di The Labour of Pain and Joy. Una visione che vi consigliamo caldamente.
Francesco Del Grosso








