Il West al femminile
Non è stato un western, l’esordio alla regia di Viggo Mortensen. Falling, infatti, trattava la storia di un complesso rapporto padre/figlio ambientata (con flashback) quasi nella contemporaneità. Poco male. Il Mortensen regista rimedia con l’opera seconda, The Dead Don’t Hurt, questo sì, un western senza se o ma. E la mano sicura dietro la macchina da presa si avverte distintamente, dopo aver partecipato come interprete ad opere tipo Appaloosa (2008) dell’amico Ed Harris, classica se mai ce ne è stata una.
L’idea vincente di quest’ultima fatica è ritagliarsi un ruolo più o meno di contorno come attore, per lasciare il proscenio della narrazione all’ottima Vicky Krieps de Il filo nascosto (2017), qui ne panni di Vivianne Le Coudy, dimostrazione di quanto raggiungere una completa emancipazione fosse una prerogativa anche di quei tempi durissimi per le signore. Cenni di trama a veicolare ulteriormente questo punto di vista: Olsen (Viggo Mortensen) si innamora ricambiato di Vivianne. Poi però si arruola e parte per la guerra. Farà ritorno dopo diversi anni, trovando un bambino a fianco della donna. Vivianne gli confessa che è stato il frutto di uno stupro, subito da Weston Jeffries, figlio di un ricco possidente locale. Nonostante tutto Vivianne ha voluto portare a termine a tutti i costi la gravidanza. L’orologio del selvaggio West compie così un improvviso balzo in avanti.
Non l’unico elemento che intende scardinare, nelle intenzioni di Mortensen (anche sceneggiatore unico dell’opera), già in partenza una visione troppo classica del lungometraggio. Obiettivo riuscito, anche se non mancano i panorami mozzafiato e gli uomini senza scrupoli, stereotipi di un genere immortale che periodicamente trova nuove forme per riemergere. Tipo quella di una donna affatto remissiva, la quale per molti versi governa le regole di un gioco assai contemporaneo, quello del sentimento.
Non tutto comunque fila liscio, in The Dead Don’t Hurt, presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2024 nell’ambito del premio alla carriera dedicato a Viggo Mortensen.
Inspiegabile, a dire il vero, la frammentazione della narrazione con continui salti tra passato e presente diegetico. Probabilmente Mortensen non ha avuto piena fiducia nella soglia di attenzione dello spettatore, porgendogli quindi informazioni sulla vicenda in anticipo allo scopo di stimolare la curiosità su come certi fatti sarebbero poi accaduti. Una soluzione narrativa che resta comunque piuttosto illogica, anche perché il plot avrebbe retto benissimo di suo.
Nonostante ciò The Dead Don’t Hurt resta comunque un passo importante in avanti nell’ambito di un genere troppo spesso fossilizzato all’interno di una mentalità conservatrice. Anche se in verità buona parte il pubblico ha sempre preteso vecchie formule.
Daniele De Angelis









