Pitza e datteri

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un viaggio interculturale

Dopo il terrore di Charlie Hebdo e le crescenti tensioni tra l’occidente e la cultura islamica, si affaccia il 28 maggio al cinema la sorridente commedia di Fariborz Kamakari Pitza e Datteri.
Il film è come un venticello leggero e fresco, che cerca di stemperare i termometri febbricitanti dell’opinione pubblica sui problemi contingenti, ricchi di odio e pregiudizi.  La scena si apre su Venezia, la cui pacifica comunità musulmana è stata sfrattata dalla moschea da un’avvenente parrucchiera, che la trasforma in un salone di bellezza. Viene chiamato in soccorso un giovane e inesperto Imam afgano, Saladino, per riprendere il polso della situazione e restituire la moschea alla comunità. Tutti i goffi tentativi di complotto del giovane Imam ai danni della parrucchiera falliscono irrimediabilmente. Eppure, ogni tentativo fallito è un tassello di crescita, e la saggezza non tarderà a illuminare la mente di Saladino (Mehdi Meskar). Sono pochi i membri di questa comunità, ma ognuno di loro possiede decisi connotati caratteriali, che permettono un puzzle variopinto, quanto esilarante: spiccano Bepi, un veneziano convertitosi all’Islam (Giuseppe Battiston), il presidente della comunità Karim (Hassani Shapi) e il curdo Ala (Giovanni Martorana).  Una sceneggiatura tanto leggera quanto intelligente s’incastra con un cast “incolto”, spontaneo e si amalgama per le calli venete dando vita a una tenera storia d’integrazione e scambio culturale.  Il regista sfrutta le crepe più evidenti tra la cultura occidentale e islamica e ne crea un contrasto costruttivo, dove nessuna riceve torto o ragione, ma finiscono per amalgamarsi l’un l’altra in un perfetto equilibrio tra le parti. Quando Saladino arriva in Italia, ha gli occhi bendati per proteggere il suo sguardo dalla corruzione occidentale. L’Imam, durante la sua permanenza in Italia, aprirà il suo sguardo alla bellezza e alla comprensione. Lo scetticismo di Saladino equivale ai pregiudizi dell’Occidente, che chiude occhi e orecchi in un continuo soliloquio. Il regista dimostra che un sorriso può sciogliere le barriere alte del reciproco razzismo. Può sembrare un concetto banale, ma non lo è affatto tra i fotogrammi di questo film, semplice e delicato come la parola di un diplomatico, in bilico tra le parti. “Sono cresciuto in un ambiente musulmano – dice Fariborz Kamakari – credo sinceramente che una cultura moderna e laica musulmana esista e si svilupperà sempre più, anche per effetto del confronto con lo stile di vita e il modello culturale europeo”. Non poteva mancare una colonna sonora “d’effetto”ad accompagnare la punteggiatura del racconto: “L’Orchestra di Piazza Vittorio, che con i suoi trenta musicisti sta avendo grande successo in tutta Europa, con la sua musica ha incarnato perfettamente il matrimonio tra oriente e occidente ed è la prova di quanto le frontiere siano poco reali quando dei talenti umani le attraversano”.

Federica Bello

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