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Taulardes

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VOTO: 8

Nel regno delle voci

Per il momento il pubblico italiano si dovrà accontentare della presentazione avvenuta in quel di Bari, durante la otto giorni del Bif&st 2016, perché ad oggi non si hanno notizie riguardanti una possibile uscita nelle sale nostrane di Taulardes. La pellicola di Audrey Estrougo, presentata in anteprima internazionale alla settima edizione della kermesse pugliese, rischia di rimanere colpevolmente senza una distribuzione tricolore. Ma questo non dovrebbe sorprendere più di tanto, vista la cattiva abitudine di lasciare fuori dal circuito italiano tutta una serie di opere meritevoli di uno spazio e di una diffusione più o meno su larga scala. Dunque, non sarebbe la prima né l’ultima volta che ciò accade. La speranza, però, è l’ultima a morire e contiamo sull’intelligenza e il gusto dimostrati in più di un’occasione da alcuni distributori nostrani per rimediare a quella che ci auguriamo sia solo una svista passeggera.
Esistono due ottimi motivi che dovrebbero immediatamente convincere chi di dovere a prendere in consegna il quarto lungometraggio della regista francese, autrice tra gli altri nel 2007 della pregevole opera prima Regarde-moi. Da una parte troviamo una  Sophie Marceau in stato di grazia, che giganteggia sullo schermo con una performance molto intensa e soprattutto fisica. Con un’interpretazione sofferta, partecipe, piena di sfumature e di cambi continui di registro, l’attrice si carica letteralmente sulle spalle un film non facile e soprattutto un personaggio difficile da gestire, di quelli che possono scivolarti via dalle mani in qualsiasi momento, poiché necessitano di un controllo emotivo, di una presenza scenica, di un’attenzione ai particolari recitativi e di una verità, assai elevati. In Taulardes, la Marceau veste i panni scomodi di Mathilde, un’insegnante che vuole salvare dal carcere l’uomo che ama. Decide così di prendere il suo posto, aiutandolo a evadere. La donna non ha altri che lui per sopravvivere in prigione, ma dall’inizio della sua reclusione, dell’uomo non si hanno più notizie. Sola, sostenuta solo da suo figlio, il suo codice è ora 383205-B. Cosa accadrà a Mathilde? Diventerà davvero una detenuta come tutte gli altre?
Ovviamente per le risposte a questi quesiti vi rimandiamo alla visione, ma una cosa ve la vogliamo dire e questa cosa rappresenta anche il secondo ottimo motivo del quale parlavamo in precedenza. Quel qualcosa è uno dei punti forti dello script e della sua drammaturgia, ossia la mancanza nella narrazione di quella retorica carceraria che solitamente caratterizza gran parte dei film ambientati in luoghi di detenzione. La filmografia, in tal senso, è molto vasta e non staremo qui a elencarvi titoli più o meno celebri di quello che nei decenni si è trasformato in un vero e proprio filone. In Taulardes si registra anche uno studio molto attento e approfondito sulle condizioni carcerarie, sulla vita all’interno di un penitenziario, sulle relazioni e sulle regole interne di convivenza. E questo è un altro punto a favore del progetto. Raramente si è assistito a un’epurazione della suddetta retorica, o quantomeno a un suo processo di asciugatura, come ad esempio in Hunger di Steve McQueen, ne Il profeta di Jacques Audiard o in Bronson di Nicolas Winding Refn. Taulardes non arriva a toccare le vette raggiunte dai film sopraccitati, a causa di qualche crepa qua e là presente nella timeline, che hanno a che fare con il quoziente di credibilità di certe dinamiche mostrate (una su tutte il passaggio del cellulare nella stanza dei colloqui tra Mathilde e suo figlio) e con una potenza drammaturgica della storia raccontata nettamente inferiore. Ciononostante, la Estrougo riesce tenere lo spettatore attaccato alla poltrona, affidandosi come già detto alla performance della Marceau (che spicca su una prova corale comunque di alto spessore, grazie alla presenza nel cast di altre bravissime interpreti come Carole Franck, Anne Leny e Suzanne Clement), a un solido impianto dialogico, a una regia sicura e funzionale alla scrittura, oltre che a un buon disegno dei personaggi. Ovviamente, non mancano i momenti di tensione, dove l’asticella delle emozioni cresce in maniera esponenziale, quanto basta per sorprendere il fruitore di turno come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco (l’overdose di Jeanne in cella e la punizione inferta a Marthe). In questo, Taulardes sa essere anche un film crudo e duro da mandare giù.

Francesco Del Grosso

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