Home Speciali Editoriali Serata Rarovideo: “Umano non umano”

Serata Rarovideo: “Umano non umano”

497
0

Noi osserviamo, noi veniamo osservati 

Sedici anni e mezzo di attività, numerosi titoli distribuiti nella versione home video. La RaroVideo – che in questi anni si è distinta per la sua accurata e raffinata selezione di film – ha voluto festeggiare questo traguardo mediante un evento organizzato presso il caffè del Teatro Quirinetta, a Roma, in cui c’è stata l’occasione di vedere sul grande schermo uno degli ultimi lungometraggi editati in dvd e blu-ray: Umano non umano – diretto da Mario Schifano nel 1969 – vera e propria perla nel panorama del cinema sperimentale italiano.
Filmati di ogni genere: da immagini di repertorio a scene di finzione, oltre a riprese di carattere prettamente documentaristico. Una visione del tutto personale, spiazzante, distorta (con un frequente uso del fish-eye). Una variegata commistione tra le arti, che comprende la pittura innanzitutto, ma anche la poesia, la musica e la letteratura. Visione estremamente eterogenea e stratificata, quella che ci viene proposta dal pittore romano in questo suo importante lavoro, il quale, a sua volta, vede come protagonista assoluto lo sguardo – degli spettatori, della gente comune e, non per ultimo, del cinema stesso. Uno schermo cinematografico. Immagini di ogni genere proiettate su di esso. Un bambino che, improvvisamente, effettua un lungo taglio orizzontale sullo schermo, seguito da tanti piccoli tagli verticali. Cosa ci appare dopo? L’aspetto assunto dalla tela di proiezione dà l’impressione che, in seguito all’operazione del bambino, un grande occhio stia al centro dello schermo stesso. Noi vediamo e, allo stesso tempo, siamo osservati dal potente mezzo cinematografico, che, qui, diventa osservatore di ciò che è diventata la società e chiama a gran voce il popolo, esortandolo ad agire.
Siamo nel 1969: le masse sono in rivolta, reclamano a gran voce i propri diritti. Ad esse si contrappone l’alta borghesia, che appare – a sua volta – quasi anestetizzata, come se non sentisse il bisogno di entrare in azione, comodamente adagiata nel lusso ed abbagliata dal luccichio dei gioielli. Emblematica, a questo proposito, la scena che riprende un gruppo di persone, elegantemente vestite, che si intrattengono durante una festa in una stanza spoglia ed angusta: non udiamo le loro voci, il silenzio assoluto diventa protagonista, simbolo di incomunicabilità e superficialità.
1969: il cinema, da quasi vent’anni, è ufficialmente entrato nella sua fase postmoderna e già con la nascita del Neorealismo ha pienamente preso coscienza di sé e delle sue numerose potenzialità. Il metacinema, dunque, diviene un espediente sempre più utilizzato – in modo esplicito o implicito che sia – segno che la settima arte diventa osservatrice consapevole della realtà filmata. E questo vale anche per l’opera di Schifano: sovente, infatti, vediamo la macchina da presa far capolino in un angolo dell’inquadratura, senza dimenticare che, fin dai primi minuti – nella scena in cui il bambino sta ad operare i tagli sullo schermo cinematografico, è proprio il grande occhio che viene messo da subito in primo piano.
Con questa sua opera – anche al giorno d’oggi attuale più che mai – Schifano sta dunque a suggerirci – spesso e volentieri con grande ironia – un nuovo modo di fare cinema e di osservare la realtà, e, allo stesso tempo, non mette in secondo piano l’importante messaggio politico contenuto in essa, invitando tutti noi all’azione e a prendere coscienza di noi stessi e dei nostri diritti. Un’opera da molti dimenticata, ma da oggi – finalmente – facilmente recuperabile.

Marina Pavido

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

3 + cinque =