Tambour battant

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

La Svizzera che non ti aspetti

Una deliziosa commedia svizzera dal retrogusto francese e dai risvolti sociali; questa potrebbe essere la sintesi di Tambour battant di François-Christophe Marzal, presentato al festival il cinema svizzero contemporaneo in streaming.

A Monchoux, piccolo villaggio del cantone Vallese, la banda del paese si prepara per il provino per il Festival federale di musica; da 13 anni, a dirigerla è Aloys (Pierre Misfaud) conservatore e tradizionalista, ma stavolta il suo ruolo viene messo in discussione da parte dei musicisti, stanchi di mietere insuccessi. A sua insaputa infatti, hanno chiamato da Parigi un professionista, Pierre Crettez (Pascal Demolon), che aveva lasciato il paese anni prima per seguire la sua strada artistica. Si formano così due bande concorrenti: quella tradizionale diretta da Aloys e una più moderna guidata da Pierre. Siamo ad aprile 1970, la rivoluzione hippy ha scosso il mondo dei giovani dalle fondamenta ed è in fase di assestamento; con l’arrivo di Pierre, la Summer of Love stravolgerà anche questo piccolo paese ancorato ai vecchi valori.

Sarebbe riduttivo dire che la rivalità tra Aloys e Pierre sia limitata al fronte musicale (tradizione vs. modernità) ed amoroso (pomo della discordia Marie Therese, moglie di Aloys); il regista usa piuttosto questo fil rouge per descrivere la società svizzera di quel periodo, dalla condizione delle donne a quella degli stranieri. Non è di poco conto il fatto che il film inizi con Aloys che, per comprare le divise alla banda, utilizzi il denaro messo da parte per acquistare l’auto alla moglie, perdipiù senza chiederglielo; sintomo di una mentalità patriarcale diffusa nel paese e ben incarnata dal rigido Aloys. Ma da qui nasce la ribellione di Marie Therese (Sabine Timoteo) e la sua decisione di diventare ‘suffragetta’ per sostenere il voto alle donne anche in Svizzera.
In Pierre, suo antico spasimante, Marie Therese trova un alleato verso la modernizzazione; e la gelosia professionale in Aloys si unisce a quella personale, portando le due bande ad una lotta senza esclusione di colpi.

Giacche rubate e ritrovate su degli spaventapasseri, musicisti italiani (introdotti reiteratamente dal cliché del suono del mandolino) minacciati di licenziamento e rimpatrio immediati (e qui si apre un inciso sulle condizioni degli immigrati, in particolare italiani; ricordiamo che è dello svizzero Schwarzenbach il primo referendum europeo per limitare l’immigrazione e cacciare gran parte dei lavoratori italiani, come è stato minuziosamente descritto nel documentario Braccia si uomini no di René Burri e Peter Amman), finanche l’arresto di Pierre per possesso di droga, in un crescendo che giunge al gran finale del giorno del provino tra lassativi e marijuana; ma il tutto è descritto con il tono leggero ed ironico della commedia, complice una sceneggiatura alla Monty Python, una sapiente regia ed attori perfettamente a loro agio nei propri ruoli, ivi compresi i personaggi secondari e di contorno. E il lieto fine è quindi d’obbligo; la guerra senza quartiere tra reazionari e socialisti porterà ad uno svecchiamento del paesino, dal voto alle donne alla integrazione dello straniero mostrata dall’amore tra la figlia di Aloys, Colinette, ed un giovane lavoratore italiano; complice l’evoluzione del personaggio di Aloys, il suo rapporto con Marie Therese si rinsalderà così come la sua vecchia amicizia con Pierre; mentre quest’ultimo chiarirà finalmente il difficile rapporto con il vecchio padre semicieco Robert (un eccezionale Jean-Luc Bideau). Una nota a parte la merita Chevrolet, piccolo molosso (forse un boledouge francese?) che entra in scena sul sidecar di Pierre e formerà con Robert un duo irresistibile; così come il personaggio di Andrè George, capo della polizia locale.
La bellezza del film di Marzal è quella di un quadro impressionista; il regista dipinge con sapienti tocchi di colore una realtà ben delineata in un particolare momento storico del suo paese, regalando allo spettatore un’ora e mezza di divertimento su cui riflettere.

Michela Aloisi

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