Summer Lights

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Come se fosse stato ieri

Se alle voci regia e sceneggiatura dei credits di Summer Lights non avessimo letto il nome di Jean-Gabriel Périot probabilmente, anzi sicuramente, noi come tanti altri addetti ai lavori saremmo incappati in una clamorosa svista. Lo sguardo e l’approccio che il cineasta francese, già autore del pluri-premiato A German Youth e di una serie di cortometraggi molto apprezzati nel cuircuito festivaliero internazionale, sono un’espressione straordinaria della capacità camaleontica di Périot di entrare in profondità e di confondersi con il tessuto e con i luoghi che fanno da sfondo o dove sono ambientate le storie dei suoi film.
Nel caso di Summer Lights, in concorso alla 53esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema dopo la premiere al San Sebastián International Film Festival 2016, tale processo di penetrazione e commistione tra l’autore e il Giappone, in particolare con la città di Hiroshima, è pressapoco perfetto, tanto che l’opera sembra appartenere alla filmografia di un cineasta di casa e non da uno proveniente da Occidente. Sta nel raggiungimento di in un livello così alto di simbiosi e compenetrazione con l’iconografia e la topografia spaziale dove ciò si manifesta a rappresentare il principale pregio del progetto, a maggior ragione se questa ha rigettato sapientemente qualsiasi tipo di visione o immagine stereotipata. Il merito di Périot e quello di aver saputo restituire un immagine fedele e veritiera, praticamente casalinga, lontana da quello che potrebbe essere lo sguardo di un cineasta straniero su una realtà lontana che non gli appartiene.
L’Hiroshima mostrata in Summer Lights, ma anche i personaggi e la storia che sono entrati a far parte della pellicola del regista francese, non sono mai corpi estranei gettati nel calderone dello script, ma parti integranti che danno ad essa linfa vitale, coerenza e realismo. Ci troviamo catapultati al seguito di Akihiro, un regista nato in Giappone che vive a Parigi, che torna nel suo paese natale per intervistare i sopravvissuti di Hiroshima, con l’obiettivo di farne un documentario di commemorazione per il 70° anniversario del bombardamento atomico. Profondamente toccato dalle interviste che raccoglie, decide di prendersi una pausa. Vagando per la città, incontra Michiko, una giovane donna allegra ed enigmatica, d’altri tempi, vestita con gli abiti tradizionali. Con lei andrà alla scoperta di una città che porta ancora addosso cicatrice fisiche e psicologiche.
Summer Lights è un film sulla memoria e su come si disperde. Per assonanze la mente non può non tornare a quel capolavoro che risponde al titolo di Hiroshima mon amour, anche se le distanze tra l’opera di Jean-Gabriel Périot e quella del 1959 di Alain Resnais sono davvero abissali. L’abisso sta prima di tutto nel diverso spessore della drammaturgia, poi nelle emozioni che in Hiroshima mon amour fluiscono senza sosta, diversamente da Summer Lights dove rimangono spesso cristallizzate se non in rarissime circostanze (vedi il lungo intro che corrisponde alla toccante intervista che Akihiro fa alla signora Takeda, sopravvissuta al bombardamento). Il limite della pellicola sta dunque nella sua incapacità di estendere le emozioni al pubblico, scongelandole quanto basta per riuscire a scaldare veramente il cuore del singolo spettatore. Nota di merito per il riuscito e convincente finale.

Francesco Del Grosso

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