Un crime tanto false da sembrare true
Chi scrive deve ammettere di non essere mai stato un grande fan dei filoni del mockumentary e del found footage (in particolare quando innestati su un genere come l’horror): l’idea alla base di questa scarsa affinità – certamente legata a un certo tipo di formazione cinematografica e filosofica – è quella per cui il cinema narrativo, nel suo stesso statuto, debba indurre lo spettatore in una sorta di trance, aprendo una finestra su una realtà alternativa e facendo “dimenticare” la presenza del mezzo, anziché evidenziarla. Tuttavia, le idiosincrasie personali – e la legittima mancanza di feeling con questo o quel filone – non dovrebbero mai far mettere i paraocchi, impedendo di vedere un buon prodotto (diciamo pure un ottimo prodotto) laddove lo si abbia sotto gli occhi: ed è, questo, sicuramente il caso di questo Strange Harvest, appena presentato nel concorso del milanese Oltre lo specchio Film Festival 2025. Il film di Stuart Ortiz (già attivo col collega Colin Minihan nel duo di cineasti The Vicious Brothers, qui al suo esordio in solitaria) parte da un’intuizione decisamente interessante: prendere un altro filone che, nell’ultimo decennio, ha acquisito una grande popolarità a livello mainstream (quello del true crime) e ricalcarne tutti gli stilemi, in un contesto di totale finzione. Se l’operazione, in sé, potrebbe risultare poco più che una riverniciatura “moderna” del genere del finto documentario – più trasversale e più antico nelle sue fortune, si pensi al successo di The Blair Witch Project – la carta vincente del regista americano è quella di innestare progressivamente, nella trama, l’elemento fantastico: un elemento tale da contaminare un genere audiovisivo ormai standardizzato e “familiare” – rispettato per gran parte del film in modo quasi pedissequo – con una componente perturbante che ne mette in crisi, positivamente, le basi. Il tutto, mantenendo una notevole compattezza narrativa e un’apprezzabile armonia di tono.
Alla base del plot di Strange Harvest c’è la ricostruzione di un reportage televisivo (completo di avviso sulla natura grafica e non per tutti delle immagini che ci si accinge a vedere) su una serie di omicidi rituali che si immaginano avvenuti tra il 1993 e il 2024, ad opera di un imprendibile serial killer che si firma “Mr. Shiny”. Gli omicidi, verificatisi nel perimetro del cosiddetto “Inland Empire” californiano, inizialmente non vengono collegati l’uno all’altro, riguardando vittime molto diverse per età, genere e condizione sociale; tuttavia, quando ai primi tre delitti del 1993 ne segue uno dopo ben 18 anni – più metodico nell’esecuzione, ma legato a un pattern analogo – diviene chiara la presenza di un serial killer finora sfuggito alla giustizia: un assassino che pare ora deciso a lanciare una sfida al dipartimento di polizia locale, guidato dai detective Joe Kirby e Lexi Taylor (interpretati, con buon piglio naturalistico, dagli attori Peter Zizzo e Terri Apple). Il suo marchio, inconfondibile, è quello di una specie di triangolo stilizzato tracciato sulle pareti dei luoghi dei delitti, usando il sangue delle vittime; la sua sfida alle autorità diviene sempre più aperta, con lettere anonime che annunciano di volta in volta il numero delle vittime rimanenti, evidenziando nel contempo la natura ritualistica e messianica del piano omicida. Il racconto dell’inchiesta e della caccia al killer viene portato avanti attraverso una serie di interviste frontali ai due poliziotti, alternate a (falsi) filmati di repertorio legati ai suoi avvistamenti, e a ulteriori interviste ricostruite con familiari e amici delle prime vittime. Il quadro generale, man mano che viene messo insieme da detective e testimoni, sembra complicarsi e farsi sempre più oscuro, anziché sbrogliarsi.
Gli stilemi del true crime televisivo, per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi anni, sono tutti presenti nella prima parte di Strange Harvest: la cura visiva e fotografica delle interviste, le scenografie naturalistiche nelle sequenze ricostruite, la camera a spalla e la recitazione, anch’essa improntata a un taglio naturalistico. Il montaggio serrato – ma attentamente congegnato – di immagini che contestualizzano differenti ambienti e piani temporali, così come la frequente presenza del commento musicale extradiegetico, con la voce fuori campo spesso (volutamente) ridondante, rivelano un attento studio da parte del regista delle modalità espressive del genere: non è un caso che lo stesso Stuart Ortiz abbia rivelato, parlando del film, di aver avuto l’idea osservando il successo della miniserie Netflix Tiger King, già un piccolo classico (nonostante si fosse nel 2020) del true crime moderno. Proprio da quest’ultima – più apertamente e filologicamente legata al genere – Ortiz mutua la valorizzazione dell’elemento grottesco, di un assurdo che viene raccontato, ed evidenziato, proprio attraverso modalità smaccatamente documentaristiche. Questa messa in evidenza “per contrasto” dell’elemento destabilizzante, traslata ovviamente in un contesto che sappiamo essere di fiction, viene qui portata a un livello ulteriore: quello, cioè, di un graduale scivolamento del contesto razionale di partenza verso una sua aperta messa in crisi, che passa per l’iperrealismo fino ad approdare – nella parte finale – in un mood apertamente horror a cui si finisce in qualche modo per “credere”.
La forza di Strange Harvest, al di là dell’interessante carattere “teorico” dell’operazione (la sovrapposizione multipla tra realtà e finzione, originata da un genere, quello del true crime, che è di suo una “fictionalizzazione” del documentario) sta proprio in questa capacità di fondere i registri, di contaminare un immaginario che si vorrebbe standardizzato, pensato in virtù di una fruizione spesso distratta (la ridondanza della voice over rende spesso le immagini un di più) con l’elemento orrorifico: quello che invece è pensato per indurre in chi guarda una deliberata mistura di attrazione/repulsione, quella che lo sguardo non permette di distoglierlo, anche quando, per certi versi, lo si vorrebbe. Se poi, come in questo caso, l’orrore (di cui ovviamente evitiamo di svelare i dettagli) ha un che di “cosmico” e di minacciosamente universale, allora il risultato è capace di risuonare e toccare corde ancor più profonde; forse anche al di là delle intenzioni dello stesso autore. Ma poco importa: il risultato, per insolito che sia, è riuscito a colpire nel segno. E l’ipotesi, ventilata dallo stesso regista commentando la sequenza post-credits, di un atipico “universo condiviso” da espandere ulteriormente, risuona ancor più di minacciose, quanto piacevoli, anticipazioni.
Marco Minniti









