I dannati di Leopoli
Più di una volta, nel corso di In Darkness, la regista Agnieszka Holland opta per sequenze che ci mostrano, in sezione, ciò che accade sopra e sotto il manto stradale di Lvov. Nella città nota anche come Leopoli, al pari di altre località dell’Europa Orientale, l’occupazione nazista ebbe esiti particolarmente feroci. E a farne le spese fu in primo luogo la comunità ebraica, inizialmente relegata nel ghetto per essere poi sterminata in diverse fasi e con inaudita ferocia. Accadde così, proprio durante il rastrellamento finale intrapreso dai tedeschi nel ghetto, che alcuni ebrei abbiano trovato scampo nelle sottostanti fognature, facilitati nella fuga da un semplice cittadino polacco, Leopold Socha. Difatti, pur trovandosi oggi in territorio ucraino, Lvov prima della Seconda Guerra Mondiale apparteneva alla Polonia e ospitava una popolazione etnicamente variegata. Tra le scelte stilistiche che impressionano positivamente, nel bel film della Holland, vi è quindi una brusca, marcata contrapposizione tra la luce e le tenebre, tra i pericoli che si annidano in superficie (rese qui con indubbia efficacia le rappresaglie naziste) e la necessità di nascondersi nel sottosuolo, da cui l’immagine capovolta di una società ridotta in condizioni disumane. Dove gli uomini sono costretti a vivere come i ratti. E per come viene rappresentato il loro nuovo e allucinante habitat fognario, palestra di abbrutimento nonché scenario di una sempre più cruda e difficile lotta per la sopravvivenza, risulta difficile non pensare a I dannati di Varsavia del maestro Andrzej Wajda, col quale la Holland aveva collaborato in gioventù.
Ma il pensiero corre anche alla fitta aneddotica riguardante quei personaggi che, nel grande mattatoio dell’Europa Orientale, si fecero carico di rischi altissimi nel tentativo di salvare più gente possibile dalla barbarie nazi-fascista, ottenendo in taluni casi la qualifica di “giusti” dalle odierne comunità israelite. Se per esempio a Cracovia è ancora vivo il mito di Oskar Schindler, immortalato peraltro da uno dei capolavori di Spielberg, per l’appunto Schindler’s List, chiunque visiti ciò che resta del ghetto locale si sente raccontare storie più o meno simili, come quella di un altro traffichino del posto che seppe sfruttare la propria attività a livello di mercato nero per ingannare i tedeschi, facendo uscire dal ghetto e mettendo quindi in salvo diversi ebrei. Ecco, del racconto cinematografico di Agnieszka Holland ambientato in un contesto analogo e del modo da lei scelto, per mettere in scena l’intensa sceneggiatura di David F.Schamoon (da un libro di Robert Marschall), colpisce anche questo: la capacità di delineare personaggi umanamente credibili, con le loro diverse sfaccettature caratteriali, a partire dal protagonista Leopold che in certi momenti può apparire mediocre, cinico, opportunista, ma che di fronte alle ingiustizie subite dagli ebrei finisce per maturare una coscienza più alta, rischiando la vita pur di aiutare concretamente alcuni di loro. Nella durata financo eccessiva dell’opera (le oltre due ore potevano essere forse asciugate, tagliando qualche scena di topi a spasso per le fogne o altri momenti pleonastici) c’è quindi spazio per un’indagine sociale seria, approfondita, con lo strisciante antisemitismo del territorio occupato dai nazisti che esce fuori in diversi dialoghi (al pari dell’opportunismo, ben esemplificato dalla figura del collaborazionista ucraino); come c’è spazio anche anche per la schietta rappresentazione del mondo delle vittime, la cui condizione di perseguitati può favorire atti di eroismo e di grande umanità (il caso di Mundek, che si fa volontariamente trascinare in un campo di concentramento per indagare sulla sorte di una persona a lui cara), ma può al contempo condurre verso comportamenti aberranti, eticamente discutibili, dovuti proprio al carattere estremo e mortificante dell’esperienza vissuta.
La regia di Agnieszka Holland, fondamentalmente classica ma non priva di note disturbanti, risulta ispirata come ai tempi di Europa Europa, altro gioiellino focalizzato su vicende tragiche, paradossali, inserite nel corso della Seconda Guerra Mondiale; il che del suo cinema, non sempre collocabile allo stesso livello di profondità, ci fa pensare proprio questo, che tragga enorme giovamento dal contatto con tematiche e storie da lei sentite in modo così viscerale. E se la cura dell’elemento scenografico e dei costumi, importante quanto la stessa fotografia per la resa di questo universo rovesciato, fa pulsare di vita e di morte la triste comunità relegata nei condotti fognari, encomiabile è senz’altro la scelta del cast: una serie di interpreti tutti molto credibili, con in più il carisma di Robert Wieckiewicz, dell’attore tedesco Benno Fürmann e della connazionale Maria Schrader, impiegati qui nei ruoli di maggior spessore. Ci fa quindi molto piacere che In Darkness (W ciemności, 2011) venga riproposto al Palazzo delle Esposizioni domenica 16 novembre alle ore 17, nell’ambito dell’omaggio tributato alla grande cineasta polacca da CiakPolska 2025, dopo che tale lungometraggio aveva conosciuto anche in Italia, nel 2013, un rapido ma non per questo irrilevante passaggio nelle sale.
Stefano Coccia









