Ghost Town Anthology

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La casa alla fine del villaggio

Quale paura maggiore, al giorno d’oggi, di quella del cosiddetto “straniero”? Fino a che punto sentiamo minacciate le nostre vite private e i nostri beni? La politica odierna – soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America nel 2016 – ha indubbiamente svolto un importante ruolo in merito. Non stupisce, dunque, il fatto che al cinema tale questione venga rappresentata in tutti i modi possibile e che siano in molti i cineasti a voler dire la loro sull’argomento. Uno di essi, ad esempio, è il canadese Denis Côté, il quale, in occasione del 69° Festival di Berlino, ha presentato in concorso la sua ultima fatica, Ghost Town Anthology, la quale, sia per la forma che per il genere trattato, si è rivelata una vera e propria sorpresa all’interno del festival.

Nel remoto villaggio canadese di Irénée-les-Neiges – all’intero del quale vivono soltanto 215 persone – la normale quotidianità viene scossa dalla morte improvvisa, a seguito di un incidente d’auto, del ventunenne Simon. Che si tratti di un suicidio? Il sindaco del luogo farà di tutto per mantenere la calma all’interno del villaggio, eppure vi sono misteriose presenze che sembrano, a loro modo, voler turbare la quiete degli abitanti stessi. Oppure no? Sono davvero, queste persone, così estranee a tutto?
Questo suo singolare lavoro, Côté, girato in 16mm e con una resa finale che perfettamente si addice a ciò che si vuole mettere in scena, attinge dichiaratamente a piene mani da ciò che è stato realizzato in passato nell’abito del cinema di genere: se, infatti, immediatamente dopo l’incidente stradale, vediamo avvicinarsi alla macchina dei bambini che indossano singolari maschere che tanto stanno a ricordarci il Non aprite quella porta di Tobe Hooper (1974), ben presto, man mano che ci si addenta all’interno del paesino, non possiamo non tornare alla mente a pellicole come gli ormai cult The Village (realizzato da M. Night Shyamalan nel 2004) o Silent Hill (diretto nel 2006 da Christophe Gans). Ciò che, tuttavia, il cineasta canadese ha qui messo in scena è un qualcosa di totalmente personale e soggettivo (sebbene, ammettiamolo pure, man mano che ci si avvicina al finale, l’intero lavoro si fa via via sempre più prevedibile). Complice di ciò, un indovinato uso della pellicola, ma anche – e soprattutto – la non sempre scontata capacità di saper toccare le corde delle paure più nascoste degli esseri umani mantenendo, al contempo, un profilo basso e privo di inutili virtuosismi registici.
Che cos’è, di fatto, che spaventa l’essere umano? Generalmente parlando, si tende ad avere paura di ciò che non si conosce. Forte di questa teoria, dunque, il regista si è avvalso di ogni mezzo possibile per giocare con il suo pubblico conferendo alla casa isolata in fondo al villaggio e ai singolari personaggi con le maschere una riuscita (e piuttosto inquietante) aura di mistero.
Ulteriore fattore di importanza fondamentale è, indubbiamente, lo stesso villaggio. Così piccolo (al punto da risultare angusto in modo quasi claustrofobico), così isolato dal resto del mondo (una realtà dalla quale difficilmente si riesce a uscire), Irénée-lei-Neiges, grazie anche all’immensa distesa di neve nella quale è sommerso, gioca un ruolo centrale al fine della messa in scena, con il suo clima gelido (l’inverno vissuto dai personaggi sembra davvero interminabile).
Non vuole, Denis Côté, dar vita necessariamente a qualcosa di totalmente nuovo. Ciò su cui egli fin da subito si concentra è la metafora della società odierna e quanto determinati fattori possano influire sulle paure ataviche di ognuno di noi. Così facendo – e grazie anche, e soprattutto, a un’ottima regia – questo suo Ghost Town Anthology ha tutte le carte in regola per restare impresso nella memoria per ancora molto e molto tempo.

Marina Pavido

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