Sleepless – Il giustiziere

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5.0 Awesome
  • voto 5

O la coca o la vita

Chi come noi era presente alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma ricorderà di certo una pellicola dal titolo Nuit Blanche, presentata tra i lungometraggi fuori concorso della sezione “L’altro Cinema – Extra”. La ricorderete perché, a sipario chiuso, risultò senza ombra di dubbio una delle opere più convincenti e di qualità nell’ambito di un programma decisamente sottotono. Noi ce ne innamorammo a prima vista, e così molti altri addetti ai lavori allora presenti, tanto da augurarle una futura circolazione nelle sale nostrane. Purtroppo le speranze sono rimaste tali e vane, poiché oltre alle proiezioni previste nel cartellone della kermesse capitolina del 2011, ad oggi del film di Frédéric Jardin nei listini del Bel Paese non vi è ancora alcuna traccia.
Quando mesi fa iniziò a circolare la notizia che presto avremmo potuto vederne il remake a stelle e strisce firmato da Baran bo Odar, cineasta svizzero misconosciuto al grande pubblico ma molto apprezzato nel circuito festivaliero internazionale grazie a film come Who Am I  e l’opera prima Il silenzio, noi come moltissimi altri estimatori della matrice originale made in France siamo stati letteralmente travolti da uno tsunami di emozioni e sensazioni discordanti, alcune buone e altre decisamente meno. Ciò è dovuto in gran parte a un pregiudizio sorto nei confronti dei remake, poiché di scottature in tal senso nei decenni ne abbiamo prese veramente un’infinità, in particolare quando ci si è trovati a fare i conti con rifacimenti più o meno liberi o fedeli di film che avevano centrato il bersaglio. Di conseguenza, il rischio di andare a sbattere e farsi molto male è e resterà sempre elevato. Da una parte il pensiero di vedere la storia e i personaggi che avevano animato la pellicola transalpina rivivere sullo schermo grazie al lavoro davanti e dietro la macchina da presa di un attore di grande esperienza come Jamie Foxx e di un cineasta di indubbio talento quale Baran bo Odar, facevano ben sperare sulla riuscita dell’operazione. Dall’altra, il fatto che si andasse a rimettere le mani su un progetto che già di suo funzionava come un motore a pieni giri, con la presunzione di riuscire a fare ancora meglio rispetto all’originale solo perché a disposizione si hanno budget tre, quattro o addirittura cinque volte superiori, non è mai stata una garanzia di successo ed è quanto puntualmente è accaduto con Sleepless – Il giustiziere. Il timore che il risultato portato a casa, disponibile per il pubblico italiano a partire dal 2 febbraio (inizialmente previsto per il 26 gennaio) con Notorius Pictures, non fosse stato in grado quantomeno di eguagliare quanto realizzato cinque anni fa da Jardin è purtroppo diventato una certezza.
Ma andiamo per gradi, ripartendo dal plot con Foxx che si cala nei panni di Vincent Down, tenente sotto copertura della polizia di Las Vegas, che si ritrova accidentalmente coinvolto nella sparizione di una partita di droga che attira contro di lui l’ira di due boss criminali. Uno di questi, Stan Rubino, fa rapire il figlio quattordicenne di Vincent, promettendo di liberarlo solo dopo la restituzione della cocaina. Il protagonista inizierà così una corsa contro il tempo per salvarlo. La trama nel suo complesso e i personaggi restano pressoché invariati, salvo alcune correzioni, aggiunte e sottrazioni rese necessarie dallo spostamento dell’azione da Parigi a Los Angeles. Una modifica questa che, vista la vicenda, non avrebbe dovuto sostare più di tanto gli equilibri, ma che invece ha pesantemente influito sul risultato finale. Andiamo a capire come.
Il cineasta svizzero eredita dal collega transalpino un action-thriller che ha nell’unità spazio-temporale il suo baricentro drammaturgico. Ebbene proprio questo elemento chiave viene irrimediabilmente, e lasciateci dire stupidamente, depotenzializzato e ridimensionato, generando un domino i cui effetti negativi si sono andati a riversare sulla restante architettura. In Nuit Blanche, infatti, l’intero racconto si dipana nei dedali della discoteca del boss, tra corridoi, cucine e piste da ballo, fatta eccezione per il prologo ambientato fra le strade di una Parigi diurna. Il tutto nell’arco di una ventiquattro ore senza sosta, che non concede né ai personaggi coinvolti né alla platea di turno il lusso di una pausa per rifiatare. In Sleepless il tempo a disposizione rimane lo stesso, al contrario degli spazi che vengono praticamente quadruplicati. Viene da sé che ci si trova al cospetto di un’interruzione parziale della suddetta unità, con la discoteca dell’originale che nel remake a stelle e strisce diventa magicamente un Casinò di lusso su più piani, dove nascondersi e trovare rifugio è senza dubbio più semplice. Insomma, il campo di battaglia sul quale si consuma questa corsa contro il tempo viene dilatato a dismisura, sottraendo al fattore spaziale quell’importanza strategica e cruciale che per Nuit Blanche ha rappresentato un elemento determinante. Le sortite dentro e fuori dalla discoteca di Vincent Down, compresa quella consumata nel finale ambientato nel garage del Casinò di Stan Rubino, danno origine a un gioco di In and Out che non velocizza l’azione, ma la rallenta drasticamente con tutta una serie di stasi, riposi, riflessioni, passaggi a vuoto e futili digressioni, che spezzano continuamente il ritmo. Cosa che nel film di Jardin non si verifica mai, grazie a un flusso di tensione che cresce senza sosta dal primo all’ultimo fotogramma utile. Di conseguenza, ciò che prima era un vero punto di forza, ora rappresenta il tallone d’Achille.
Ma a spingere Sleepless al di sotto della soglia della sufficienza non è soltanto la suddetta mancanza, poiché il processo di indebolimento si allarga a macchia d’olio andando a toccare tutta una serie di elementi strutturali e narrativi che avevano contribuito a rendere più solide le fondamenta dell’originale, come ad esempio la credibilità degli accadimenti e in primis l’ottimo meccanismo con il quale vengono introdotti sulla timeline quei twist che permettono i capovolgimenti di fronte e delle posizioni dominanti all’interno del racconto. Del resto, il sentore che la puzza di bruciato potesse rivelare l’esistenza di un incendio in corso già nella fase di riscrittura era molto forte. Il fatto che la sceneggiatura sia stata affidata ad Andrea Berloff, la cui firma appare su altri film che non abbiamo particolarmente apprezzato, tra cui World Trade Center e Blood Father, avrebbe dovuto suonare come un campanello d’allarme.
Svuotato di tutti quegli ingredienti narrativi e drammaturgici che ci avevano conquistato di Nuit Blanche, ciò che resta da rosicchiare nel menù messo in tavola da Baran bo Odar e dal suo staff tecnico in questo remake è rappresentato dalle innumerevoli sequenze d’azione messe a disposizione dello spettatore, alcune delle quali di buona fattura (il corpo a corpo nel privée della discoteca) e molte altre di scarsa resa (l’epilogo balistico nel garage). Dunque, nemmeno la confezione è sufficiente a ripagare l’intero prezzo del biglietto.

Francesco Del Grosso

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