Si alza il vento

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il lungo percorso della Fantasia

                                                                                                                                                     “Si alza il vento… bisogna tentare di vivere
Paul Valéry

Pare sia giunta l’ora del momento più ingrato, quello in cui si tirano le somme di qualcosa. In questo caso il cinema del maestro Hayao Miyazaki. Il quale – dopo la sua ultima fatica Si alza il vento – ha annunciato il suo ritiro dai lungometraggi d’animazione. E sia. Come di tante altre cose dovremo farcene una ragione. A nemmeno troppo parziale consolazione rimane l’immensa lezione pedagogica della sua opera. Un discorso continuo, un’interrogazione ininterrotta di stampo filosofico sul significato più puro dell’astrazione comunemente conosciuta come Fantasia. Pochissimi artisti hanno osato, al pari di lui, l’inosabile: utilizzare la Fantasia stessa non solo a fini di ordinario intrattenimento o come semplice e obbligato rifugio da una realtà spiacevole; bensì alla stregua di indispensabile strumento di crescita. Una massima che il maestro giapponese ha coerentemente propugnato in oltre cinquant’anni di carriera, proponendosi come uno dei massimi “creatori di mondi” della Settima Arte. Non sapremo mai con esattezza quanti giovani hanno compreso un’oncia in più della meravigliosa complessità della vita guardando uno dei suoi film, anzi immergendosi in una esperienza tanto formativa quanto lontanissima da qualsivoglia intenzione cattedratica. In fondo, lo abbiamo imparato tutti, le lezioni che ci sono rimaste dentro sono proprio quelle che non ci sono state insegnate, ma colte nell’esatto momento del loro spontaneo fluire.
Anche Si alza il vento non poteva costituire un’eccezione a tale impianto poetico. C’è un personaggio principale, Jiro, che lo sguardo complice – molto complice – di Miyazaki segue dall’infanzia all’età adulta, attraverso una sorta di biforcazione narrativa. C’è il sogno, da dove Jiro assorbe la passione per il volo e l’ispirazione per quello che sarà il suo futuro lavoro di progettista di aerei in tempi amari (l’ambientazione cronologica non è lontana dal devastante secondo conflitto mondiale), ma c’è anche la realtà – resa mediante un’illustrazione visiva da lasciare ancora una volta senza parole per perfezione tecnica, vedere l’esempio del catastrofico terremoto che colpì il Giappone nel 1923 – con l’amore, le gioie e i dolori dell’esistenza. I venti anni di vita di Jiro, raccontati in Si alza il vento, si intrecciano in maniera indissolubile con la Storia di una nazione inquieta, cromosomicamente portata all’avanguardia tecnologica ma inevitabilmente costretta a combattere contro le avversità della Natura e scelte sbagliate che hanno comportato un prezzo certamente altissimo da pagare. Il film di Miyazaki si ferma prima dell’olocausto nucleare, lasciando comunque serpeggiare, attraverso i pensieri di Jiro, tutta l’angoscia per l’imminente disavventura bellica dalle conseguenze ferali. E tuttavia quest’ultimo è solo uno dei tanti sottotesti disseminati in Si alza in vento, pellicola in cui Miyazaki mescola arditamente drammi nazionali e melodrammi personali, riuscendo a controllare alla perfezione il tono uniforme del film come solo i grandi maestri riescono a fare. L’incommensurabile potenza del messaggio umanista sussurrato a voce bassa dal cinema del regista originario di Tokyo in fondo risiede tutta nel contrasto tra grande e piccolo, tra l’infinita ampiezza del cielo e il desiderio di un minuscolo essere umano di dominarlo, sentendosi un gigante nell’infinito. E così realizzandosi, nell’unico modo per lui possibile.
Molto altro ritorna, in Si alza il vento. Come si conviene ad un ultimo film che deve, forse per forza di cose, rappresentare la summa di ciò che maggiormente sta a cuore al suo autore. Lo sguardo nostalgico verso quell’Italia feconda che Miyazaki stesso ha sempre ammirato, dopo Porco rosso (1992) rivive nel personaggio di Gianni Caproni, mentore onirico di Jiro. Nella critica esplicita alla contraddizione intrinseca all’essere umano di risolvere problematiche contando sull’uso della forza, sfruttando in modo bieco tecnologie concepite sotto ben altri auspici. Oppure sull’influenza del ruolo di Madre Natura sui destini umani, a testimonianza ulteriore di una sintonia che l’Uomo dovrebbe sempre assecondare allo scopo di migliorare la qualità della propria vita. Poi l’Amore. Quello disinteressato e perciò puro, che vale la pena vivere anche solo per un giorno perché capace di dare un senso ad un’intera esistenza. E tanti altri tesori nascosti, da scoprire in altre, successive visioni di Si alza il vento. Riguardo il quale, l’ultima cosa da fare a livello critico sarebbe quella di affermare se Miyazaki lascia il cinema con un capolavoro oppure con un film di rilievo “minore” nella sua filmografia. In questo caso un sentito ringraziamento sarebbe forse l’unica chiusura adeguata.

Daniele De Angelis

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