Sheikh Jackson

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una fede che vacilla

Lo avevamo sfiorato all’epoca della sua prima apparizione pubblica in Italia sugli schermi meneghini della 28esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina e lo abbiamo fortunatamente ritrovato su quelli ravennati del SoundScreen Film Festival 2018, in occasione della sua presentazione in concorso. Stiamo parlando di Sheikh Jackson, quinta prova sulla lunga distanza per Amr Salama, scelta lo scorso anno dall’Egitto come rappresentante per la corsa alla statuetta come miglior film straniero finita poi in Cile, stretta meritatamente fra le mani di Sebastián Lelio. La visione nel corso della kermesse emiliana ci ha offerto l’opportunità per fare nostra una commedia tragicomica con un tocco di psicanalisi che racconta la storia di un giovane imam egiziano che va in tilt alla notizia della morte improvvisa morte di Michael Jackson. Suo accanito fan, il giovane rimetterà in discussione la sua fede e la sua intera esistenza. In che modo sarà la fruizione a dirvelo.
La pellicola del cineasta egiziano, campione d’incassi tra le mura amiche con la bellezza di 4 milioni registrati al botteghino, pone l’accento su un tema universale come la fede e sulla sua messa in discussione. Per farlo si muove in maniera randomonica tra il piano reale e quello surreale/onirico, mescolando dramma e commedia con rispetto, intelligenza e uno humour sottile che fa da veicolo di transizione tra un colore e l’altro. La costante presenza ectoplasmatica e immaginifica del compianto Re del Pop nel passato e nel presente diventa per il protagonista un elemento di conquista della libertà negli anni della crescita e di riflessione in un oggi a rischio radicalizzazione. Rimbalzando tra piani temporali (flashback) e dimensione reali e non (gli incubi e le visioni ad occhi aperti), Sheikh Jackson ci conduce per mano in un “viaggio” alla (ri)scoperta di se stessi e del proprio posto nel mondo. In tal senso Salama trasforma il personaggio di Sheikh Khaled Hani, ben interpretato da Ahmad El-Fishawi, in uno specchio nel quale potersi riflettere più o meno largamente.
Scorrevole narrativamente e piacevole alla vista, l’ultima fatica dietro la macchina da presa del regista egiziano dimostra la versatilità e la consapevolezza stilistica di colui che l’ha pensata e messa in quadro. Dal thriller al dramma puro, passando per la commedia sofisticata, Salama sa come mescolare i colori i toni presenti sulla tavolozza, quanto basta per dipingere sullo schermo storie e personaggi nei quali sono le sfumature e i dettagli a fare la differenza. La macchina da presa si mette di volta in volta a disposizione e con essa il regista piazza pregevoli pennellate, regalando al pubblico scene davvero pregevoli (vedi la coreografia nella moschea o l’incubo del fuoco).

Francesco Del Grosso

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