Sex Cowboys

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Generazione XXX

Due giovani, Maria e Simone, s’incontrano, si conoscono, si amano. Passione vera. Ma cosa fare quando non si è certo benestanti e il bisogno di soldi per sbarcare il lunario diventa pressante esigenza quotidiana? Ci si industria. Magari proprio cercando in quel sesso che viene così spontaneo una possibile fonte di guadagno, sottoponendolo a terzi. Pornografia, insomma.
Sex Cowboys, esordio nel lungometraggio del regista di corti toscano Adriano Giotti, pur ricordando alla lontana, come semplice spunto narrativo, la fiacca commedia di Kevin Smith Zack and Miri Make a Porno (2008), non è certo un’opera il cui scopo è far sorridere. Primo punto a suo favore nell’ambito di un cinema italiano sempre pronto a cercare – e trovare – scorciatoie di genere che impediscano di mettere lo spettatore di fronte a realtà più o meno amare. Poi c’è ovviamente il sesso, altro tabù da affrontare per un film non dichiaratamente porno che anzi prova coraggiosamente a fornire dei parametri di giudizio su quanto sia la società stessa ad essere “pornografica” nel proporre a due giovani una scelta esistenziale di questo tipo. Discorso, quest’ultimo, che rende del tutto superflua qualsiasi possibile discussione sulla necessità di inserire sequenze esplicite come punteggiatura altresì indispensabile di un film che è, tra le molte altre cose, anche un percorso di ricerca di se stessi, di quell’identità “produttiva” che l’apparato sociale, oggi più che mai, richiede al solo scopo di certificare burocraticamente la presenza in vita.
Altro pregio evidente di Sex Cowboys è la totale adesione collettiva al progetto. Alla performance totale offerta dai due validissimi interpreti Nataly Beck’s (Maria) e Francesco Maccarinelli (Simone) va senza dubbio sottolineato il talento profuso da Adriano Giotti nella direzione del cast, fattore che contribuisce a rendere il lungometraggio un sincero spaccato di certa gioventù contemporanea del nostro paese. Pur mantenendosi a debita distanza da qualsiasi accento moralistico, Sex Cowboys forse sconta una certa prevedibilità nell’evoluzione narrativa quando affronta il momento fatale in cui la vile pecunia, notorio sterco del diavolo, “infetta” fatalmente la spontaneità del rapporto tra i due personaggi principali. L’escalation da gioioso passatempo alla “fuck the world” si trasforma infatti in seria attività pseudo-imprenditoriale allorquando entra in gioco il classico investitore danaroso in cerca, peraltro, anche di rapporto univoco con Simone. Ecco allora che la coppia si incrina fino a mostrare crepe in apparenza insanabili e Sex Cowboys svolta, dal realismo di un racconto di formazione sui generis, a dramma sentimentale di buona profondità, capace di scandagliare con accuratezza gli animi di tutti i personaggi chiamati in causa nella diegesi. Prima di un epilogo che chiude, a proprio modo, la pressoché perfetta circolarità del racconto.
Pretendere di più da un esordio parrebbe davvero ingiusto. Prendere le cosiddette misure nel passaggio dai cortometraggi alla lunga distanza non è mai stata impresa facile; per cui è normale che Sex Cowboys risenta di qualche passaggio che suona più come riempitivo che realmente funzionale all’economia del film. La regia e lo script di Adriano Giotti si concentrano, saggiamente, in modo esclusivo sui due personaggi principali, sui loro corpi affamati di vita. Mettendo da parte l’analisi complessiva di un contesto sociale che pare creato apposta, da decenni e decenni a questa parte, al fine di penalizzare le nuove generazioni. Sarebbe stato, in tutta evidenza, mettere troppa carne al fuoco di un apologo comunque efficace che può persino contare su momenti di rarefatta poesia, soprattutto nella parte finale. Resta allora irrisolto il problema di visibilità per produzioni di questo tipo. La vittoria come miglior lungometraggio italiano al Rome Independent Film Festival (R.I.F.F.) 2016 non è stata purtroppo sufficiente a garantire all’opera prima di Adriano Giotti una distribuzione, sia pur minima, nelle sale. Servirebbe un altro grado di apertura mentale nei confronti di un differente tipo di cinema, da parte di addetti ai lavori e spettatori. Un film come Sex Cowboys, cercando in primo luogo percorsi alternativi per essere mostrato, potrebbe costituire una prima pietra su cui costruire un indispensabile cambio di rotta. Impresa in odor di utopia megli italici territori, lo sappiamo bene. Ma se nemmeno si prova…

Daniele De Angelis

Leave A Reply

sette + 19 =