Sentinelle sud

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8.0 Awesome
  • voto 8

Lunga è la strada di casa

Secondo una certa interpretazione popolare ognuno di noi arriva ad avere due famiglie: quella nella quale nasce e quella che sceglie di avere. È un soggetto in effetti affascinante che si porta dietro un’altra considerazione: gli amici sono i fratelli che scegli di avere. Il rapporto fraterno che si instaura tra persone di un gruppo è il centro tematico del lungometraggio Sentinelle sud, ultimo film del francese Mathieu Gérault, qui alla sua seconda prova dopo il cortometraggio d’esordio Hautes herbes (2001), in concorso al 40° Bergamo Film Meeting, fortunatamente di nuovo in presenza anziché in sola forma digitale.
Fin dall’inizio la pellicola presenta uno stile di regia asciutto ed essenziale, che rimanda a certa tradizione del cinema italiano tra anni Quaranta e Cinquanta. Segnatamente ad autori come Roberto Rossellini, il cui film Francesco giullare di Dio viene dichiarato dallo stesso regista come una delle fonti di ispirazione. Eppure alla fine della visione non mancano di venire alla mente anche autori francesi come Robert Bresson ed il suo Pickpocket (soprattutto per la scena finale tra Michel e Jeanne) e Jean-Pierre Melville per l’asciuttezza del suo linguaggio cinematografico.
È un milieu eterogeneo, almeno in apparenza, quello dal quale parte Gérault per realizzare il suo film e che si riflette nella grana della pellicola. Difatti Sentinelle sud non è il film che ti aspetti.
La partenza è sicuramente quella del noir, con tutto il suo riferimento al polar francese, innervato sul tema del ritorno a casa di un reduce di guerra, con tutti i problemi di re-inserimento ad esso connessi. Un tema sul quale soprattutto gli americani si sono appassionati, producendo ciclicamente opere dedicate, alcune pregevoli altre meno. In Francia il tema è invece stato indagato molto meno e già questo suggerirebbe un motivo di interesse per la pellicola. La quale però, mano a mano che il racconto si dipana svela sempre di più la sua vera natura: quella di un diario intimo sulla ricerca di una famiglia da parte del protagonista Christian, un intenso Niels Schneider.
È il suo bisogno di stabilire e mantenere rapporti con quelli che considera i suoi fratelli, ovvero i suoi commilitoni, a muovere le sue azioni e la narrazione. In ciò il regista innesta temi sociali molto sentiti nella società francese, come l’immigrazione e l’integrazione, rappresentati soprattutto dal personaggio di Mounir, un instabile Sofian Khammes. A tutto ciò viene aggiunto dall’autore un sotto-testo personale sulla famiglia e sui fratelli.
È dunque facile capire come per Gérault il discorso sull’esercito, la vita militare e la guerra, sia un punto di partenza dal quale dirigersi poi verso altri lidi e poter parlare di come le persone abbiano bisogno di crearsi legami forti e duraturi, istituire, è proprio il caso di dirlo, una propria cerchia famigliare, che non deve avere necessariamente legami di sangue per esistere; e di come per riuscirci sia a volte necessario compiere un lungo viaggio solo per tornare al punto di partenza e capire che è sempre stato quello il posto giusto.

Luca Bovio

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