Se chiudo gli occhi non sono più qui

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Era mio padre

Chi non è pronto a lottare per qualcosa, non la vuole davvero

Frase ripresa da un dialogo del film.

Una piccola confessione, proprio in apertura: il lungometraggio di Vittorio Moroni lo avevamo già scoperto in occasione della sua presentazione al Festival di Roma, nel 2013. Quella volta ci accodammo con entusiasmo al caloroso applauso, quasi un’ovazione, che un pubblico mediamente molto giovane decise di tributargli. Rivederlo a distanza di parecchi mesi, sforbiciato di qualche minuto per ragioni distributive, non ha fatto altro che permetterci di constatare ancor più quella genuinità, quella sincerità nell’approcciare determinate problematiche, che rendono Se chiudo gli occhi non sono più qui un piacere per il cuore e per gli occhi. Un piacere, neanche a dirlo, intriso di sentimenti malinconici e di tensioni sotterranee più o meno lancinanti. Perché il cinema di Vittorio Moroni ha da sempre il dono di scavare con naturalezza, e senza forzature retoriche, nell’intimità più pensierosa ed emotivamente provata dei suoi personaggi, sia che si tratti di un documentario sia che si tratti di fiction. Chi ha amato quanto noi film come Tu devi essere il lupo, Le ferie di Licu, Eva e Adamo, sa di cosa stiamo parlando. E al pari di queste opere, Se chiudo gli occhi non sono più qui sa introdurre la condizione esistenziale di immigrati o di altri esseri umani ridotti alla marginalità, il sentirsi diversi, il peso della solitudine come anche l’estraneità ai ritmi di vita innaturali imposti da una società cinica e indifferente, in una maniera che può apparire ora ruvida e ora carica di empatia, ma sempre molto veritiera.

La cornice entro cui si muove questo nuovo racconto cinematografico è quella dell’adolescenza. Interpretato dall’esordiente Mark Manaloto (volto che per intensità e per capacità di rifletterne l’introversione di fondo, ne fa già una rivelazione), Kiko è un ragazzo di origine filippina che si trova, dopo la scomparsa del padre per colpa di un tragico incidente, a fronteggiare situazioni sempre più problematiche. Praticamente costretto dal nuovo compagno della madre a lavorare in un cantiere, assieme a operai di varia nazionalità coi quali però fraternizza facilmente, deve giocoforza sottrarre del tempo prezioso allo studio, per cui sarebbe tra l’altro piuttosto portato. Ma proprio in uno dei momenti più bui fa la sua comparsa Ettore, uomo anziano che col padre sembra aver avuto un rapporto profondo, intenzionato da subito a sostenere Kiko e ad aiutarlo a compiere scelte difficili, scelte in grado di affrancarlo dai troppi condizionamenti che già gravano su di lui. Eppure, anche il nuovo percorso di conoscenza dovuto a tale appoggio, apparentemente disinteressato, sarà foriero per il ragazzo di amare scoperte e di interrogativi esistenziali non facili da risolvere…

Coi due possibili e tra loro opposti modelli paterni impersonati qui, con la giusta energia, da un Beppe Fiorello a suo agio nel ruolo e da un Giorgio Colangeli come sempre bravissimo, l’ottimo script di Vittorio Moroni sa conferire spessore alle tensioni sviluppatesi intorno al protagonista, dando vita a un racconto di formazione per niente banale e ben calato nei tempi che stiamo vivendo. Nei territori del nord-est italiano (in primis la cittadina friulana di Codroipo), i cui connotati paesaggistici e antropologici sono introdotti dal regista attraverso efficaci, rapide pennellate, ha perciò luogo uno scontro di personalità in grado di rendere lo spettatore emotivamente partecipe. La ricerca filosofica suggerita da Ettore vi compare quale antidoto al farsi fagocitare dalle più squallide imposizioni famigliari e sociali. Ma il giovane protagonista dovrà trovare la forza, in seguito a eventi sempre più incalzanti, di riadattare anche quegli insegnamenti alle sue reali necessità, trovando infine una propria strada. La bravura degli interpreti, tra i quali segnaliamo anche Elena Arvigo e Ivan Franek, combinata con la sensibilità di Moroni nello strutturare dialoghi così vicini allo stato d’animo dei protagonisti, fa sì che la vicenda di Kiko non possa lasciare indifferenti.

Stefano Coccia

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