Sauvage

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Romanzo di un giovane prostituto

Pochissimi film hanno trattato la prostituzione maschile, ad esempio i primi che tornano alla mente sono: Un uomo da marciapiede (1969) di John Schlesinger, Calore (1970) di Paul Morrisey e Belli e dannati (1991) di Gus Van Sant. Pellicole e loro tempo ritenute “scabrose” per il tema, ma visivamente molto caste. Per ampliare un poco questa lista, però, è interessante rilevare che in Francia furono realizzate anche un altro paio di pellicole sulla prostituzione maschile: Niente baci sulla bocca (1991) di André Téchiné ed Eastern Boys (2013) di Robin Campillo. La differenza è che Sauvage, visto al Festival Cineuropa#32, è un bel pugno nello stomaco degli spettatori. Il regista Camille Vidal-Naquet, al suo esordio nel lungometraggio, realizza una pellicola dura e ruvida, che s’incasella di diritto nel concetto di cinéma verité, e che lambisce il crinale dell’hard-core, seppure si scorga solo minimamente una scena di sesso (una fellatio tra uno dei prostituti e il cliente). La prostituzione maschile fa da crudo sfondo alla storia principale, scritta dallo stesso Vidal-Naquet, che ha per protagonista Léo. Su di lui non sappiamo quasi nulla, siamo solamente informati del suo presente, perché lo vediamo nei suoi pellegrinaggi, sessuali o di sopravvivenza, e quello che vorrebbe dalla vita.

Il regista Vidal-Naquet sta attaccato al protagonista, proprio come se fosse un documentario che lo persegue. Lo pedina in tutte le sue situazioni, staccando l’inquadratura solamente nelle scene di sesso, che restano fuori campo. Questo Léo, ragazzo belloccio, seppure svenda il suo corpo ed è circondato da ragazzi mercenari, che siano colleghi o clienti, è ancora legato all’utopico concetto di trovare il vero amore. È interessante notare che Vidal-Naquet, sotto questa trama crudamente viva, vi abbia inserito una storia che ha riverberi di certi romanzi d’appendice di molta letteratura dell’Ottocento, cioè quei testi in cui la protagonista femminile sognava l’amore e vi si struggeva. In questa raffigurazione passionale si adagia Léo, giustappunto un ragazzo che sogna il suo principe azzurro, che lo tolga dalla strada, lo protegga e lo abbracci. Non a caso s’innamora follemente del suo collega Ahd, che fa questa vita temporaneamente per raggranellare velocemente dei soldi per poi cambiare vita. Ahd, che non ha gusti omosessuali, si rapporterà con Léo solo come un fratello maggiore che lo protegge (la riscossione di una prestazione non pagata da due clienti) e lo sgrida, riportandolo alla realtà. In Sauvage i corpi sono inquadrati senza filtri, ma non suscitano erotismo, perché sono solamente merce da svendere e carne su cui i libidinosi consumatori si sfogano e si cibano. Nella pellicola non vi è un filo di speranza perché, il lungimirante Ahd scenderà a un compromesso per non soccombere alla vita grigia che potrebbe attenderlo, e il protagonista invece di seguire una scelta saggia, si lascia andare ai suoi sogni. Peccato che Sauvage, dietro questa coraggiosa scelta di voler mostrare – quando gli è possibile – questo brutale mondo, non dica poi molto e rimanga un’opera senza vero nerbo stilistico. È lodevole, però, l’interpretazione del giovane Félix Maritaud (visto in 120 battiti al minuto), che sacrifica il suo corpo, spesse volte nudo, ai supplizi della storia.

Roberto Baldassarre

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