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Sanctuary

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VOTO: 6.5

Last session

Nel rapporto privato uomo/donna cos’è esattamente catalogabile come “perversione”? A tale quintessenziale domanda prova a fornire una risposta Sanctuary, opera seconda di Zachary Wigon presentata nel concorso Progressive Cinema alla Festa del Cinema di Roma 2022.
Una sorta di kammerspiel ossessivo e ripetitivo in cui la sorpresa ed i ribaltamenti di ruolo sono sempre in agguato, succedendosi senza soluzione di continuità.
In una stanza d’albergo ben arredata un uomo, Hal, è solo. Al telefono ordina un’abbondante cena ricca di prelibatezze. Bussano alla porta. Entra una ragazza bionda. Si presenta come Rebecca, incaricata di sottoporre Hal ad un test per stabilire la posizione in una prestigiosa società dove avrebbe fatto domanda. L’intervista si rivela ben presto una messa in scena, un gioco di ruolo richiesto da Hal a scopi masturbatori. Rebecca, infatti, è una “dominatrix mentale”, giunta fin lì a recitare un copione predisposto dallo stesso Hal al fine di eccitarsi sessualmente.
Non manca certo di ambizione questo Sanctuary. Wigon – su smaliziata sceneggiatura di Micah Bloomberg – si muove abilmente nei pochi interni della camera d’albergo, caricando dialoghi ed azioni dei due protagonisti di significati più o meno occulti e simbolici. Non riesce ad evitare del tutto un’impressione di eccessiva programmaticità che si traduce, a conti fatti, in scarsa originalità; eppure l’idea di partenza è sicuramente suggestiva. A maggior ragione se si afrrontano, nel corso del film, tematiche pregnanti quali la parità dei sessi, il delicato argomento del confine tra seduzione e molestia, l’arrivismo insito nell’essere umano e molto altro ancora. Inutile sottolineare allora come Sanctuary, inteso come opera cinematografica, viva di continui ribaltamenti, sia narrativi che di prospettiva. Immedesimandosi di volta in volta ora con il punto di vista femminile ora con quello maschile. Punti di forza e fragilità reciproche si alternano e susseguono senza sosta. Anche se la determinazione di Rebecca pare avere la meglio sulla debole intenzione da parte di Hal – si scoprirà cammin facendo sorta di giovane milionario in stile Zuckerberg – di troncare quel “gioco” sin troppo rischioso a livello psicologico. Infatti sin dal titolo Sanctuary esprime l’intenzione, peraltro ribadita in alcuni passaggi di dialogo tra i due, di crearsi una sorta di realtà virtuale, lontana dalle brutture del mondo esterno. Una comfort zone, per Hal, affatto impegnativa, in cui godere dei sensi senza l’obbligo di un coinvolgimento sentimentale. Materia già brillantemente esplorata in lungometraggi quali Secretary (2002) di Steven Shainberg, opera di cui Sanctuary sembra una specie di appendice aggiornata. Anche se l’effetto déjà vu risulta alla fine attenuato dalla sublime bravura di una Margaret Qualley non solo figlia d’arte ma ormai matura per ruoli di primissimo piano. Per l’occasione confermatasi autentica mattatrice, surclassando in tutti i sensi, sia al di qua che al di là dello schermo, il povero Chistopher Abbott. Al quale non resta, in un finale tutt’altro che imprevedibile e tuttavia intriso di sincerità dopo vagonate di finzione, che effettuare l’unica confessione possibile, peraltro prontamente ricambiata.
Sarà mica l’innamoramento assoluto l’ultima forma di perversione conosciuta in questo presente nebuloso che ci è stato concesso di vivere?

Daniele De Angelis

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