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Causeway

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VOTO: 7

Ci vorrebbe un amico

Uno dei lungometraggi sulla carta più intriganti, facenti parte del concorso Progressive Cinema alla Festa del Cinema di Roma 2022, era senz’altro Causeway, esordio alla regia per la giovane cineasta statunitense Lila Neugebauer – con proficua carriera teatrale alle spalle – ma soprattutto ritorno sulla scena indie per Jennifer Lawrence dopo molteplici produzioni di indubbio carattere mainstream. E probabilmente questo Causeway, al di là dei suoi effettivi meriti, è destinato a segnare una sorta di spartiacque nella carriera dell’eroina della saga degli Hunger Games, decretandone definitivamente il passaggio ad un’età adulta dal punto di vista artistico.
Nel film la Lawrence interpreta Lynsey, militare americano in congedo per motivi di salute dopo aver prestato servizio in Afghanistan ed essere stata coinvolta nell’esplosione dell’auto su cui viaggiava a seguito di un attentato. Il ritorno nel paesino di famiglia si rivelerà alquanto difficoltoso per vicende famigliari pregresse. A darle un sostegno morale arriva però l’amicizia di James Aucoin (un ottimo Bryan Tyree Henry, perfettamente in parte), corpulento meccanico afroamericano con il quale Lynsey riuscirà a stabilire un rapporto sincero, non privo di contrasti ma proprio per questo autentico.
Appare subito molto evidente, durante la visione di Causeway, come la Neugebauer abbia voluto giocare sul sicuro, limitando al massimo i rischi tipici dell’opera prima. Cioè sottolineature eccessive e sbandate nel melodramma dettate dalla voglia di colpire a tutti i costi lo spettatore. Grazie anche all’accorta produzione dell’ormai famosa A24, la regista esordiente trova subito il giusto registro narrativo, raccontando questa storia intima di recupero fisico e morale attraverso uno stile pacato fatto di mezzi toni e dialoghi semplici ma significativi. Nel corso dei quali emergono gradatamente molti dei particolari del passato dei due personaggi, favorendo in questo modo l’empatia di una platea anch’essa portata alla conoscenza reciproca assieme a loro. Ogni tassello del trascorso dei due finisce con il comporre un presente di cui sono, in tutta evidenza, insoddisfatti; prendendo però atto che la situazione, con il supporto reciproco, può cambiare in maniera sostanziale.
Ecco dunque la diegesi basica di Causeway trasformarsi in parabola esemplare: nel dolore e nella solitudine la speranza tramonta e con essa la spinta a vivere; mentre nella fiducia reciproca di un rapporto intimo, forse destinato a divenire qualcosa d’altro rispetto alla “semplice” amicizia, è possibile trovare una forte motivazione ad andare avanti fino a superare qualsiasi ostacolo. Un messaggio tutt’altro che articolato e tuttavia declinato con modi suadenti, evitando qualsivoglia forzatura. Si può forse rimproverare al film un eccesso di esemplarità in alcuni passaggi narrativi – vedasi la figura del fratello di lei, sordomuto detenuto per spaccio di droga dall’aura sin troppo angelicata – ma sono peccati veniali che si perdonano volentieri, dato che nel complesso Causeway riesce a suscitare nella platea quelle emozioni che si era prefissato come obiettivo di partenza. Con spontaneità e senza sospetti di costruzione artificiosa, rinunciando anche a rimarcare il tema, appena accennato, dell’omosessualità della protagonista. Giustamente, poiché la sessualità è un affare strettamente privato che mai dovrebbe essere usato per suscitare finti scandali oppure intavolare discussioni prive di costrutto. Un quadro complessivo ben delineato nel quale Jennifer Lawrence entra in punta di piedi, con il medesimo talento in sottrazione sfoggiato ai tempi di Un gelido inverno (2010) di Debra Granik. Guarda caso un altro sguardo registico femminile…

Daniele De Angelis

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