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Sanatorium Under The Sign of the Hourglass

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VOTO: 8

In Benjamenta We Trust

Prima di passare alle cose serie, un po’ di “folklore festivaliero”, tanto per gradire. Artisti di prim’ordine, i gemelli statunitensi Stephen e Timothy Quay hanno all’attivo una miriade di cortometraggi, video musicali e spot pubblicitari nei quali hanno fatto ampio uso della loro tecnica preferita, l’animazione a passo uno. A fianco di tanto “cinema breve” la loro filmografia al momento può offrire, per quanto ci è noto, soli tre lungometraggi, tra cui naturalmente quel Sanatorium Under The Sign of the Hourglass già passato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2024 e da noi recuperato, con enorme piacere, a CiakPolska 2025.
Eppure, proprio quello che ci risulta essere il loro lungometraggio d’esordio, Institute Benjamenta (1995), seppe entrare per vie traverse nell’immaginario condiviso di certi ambienti capitolini: il film, ispirato al romanzo Jakob von Gunten di Robert Walser e realizzato intervallando sequenze di animazione in stop motion a riprese di attori in carne ossa, venne infatti presentato in concorso al XVI Fantafestival di Roma (1996), laddove il pubblico di tale kermesse era solito accogliere in quegli anni tanto le opere cinematografiche più dozzinali che quelle ritenute troppo “difficili”, ermetiche, con una raffica di battute in sala, commenti sguaiati ad alta voce, frizzi, lazzi, versacci sgraziati e talvolta persino “festosi” lanci di oggetti. Come il lettore più perspicace avrà senz’altro intuito, anche l’estetica raffinata di Institute Benjamenta subì un’accoglienza del genere… al punto che, per diverse edizioni a seguire, alcuni “veterani” del nutrito plotoncino di disturbatori del Fantafestival erano soliti esclamare con voce baritonale “Benjamenta!”, ogniqualvolta venisse proiettata una pellicola ritenuta da costoro meritevole di qualche sfottò. Tale atteggiamento, di per sé deprecabile, poteva al limite risultare divertente, creativo, quando erano filmacci di serie Z a essere presi di mira con qualche sagace battuta. Molto più indisponente era invece l’analogo trattamento riservato a piccoli capolavori del genere fantastico o a film dotati comunque di un loro interesse, parimenti osteggiati dagli elementi più irrequieti della “curva” festivaliera; gente, per inciso, che cinematograficamente parlando non aveva di certo un palato fino, se si considera che il sottoscritto si perse quella “memorabile” proiezione di Institute Benjamenta, ma disgraziatamente era in sala quando gli stessi sberleffi vennero riservati al non meno geniale Lesson Faust (Lekce Faust, 1994) del ceco Jan Švankmajer. Evidentemente l’orda che imperversava al Fantafestival non aveva un gran feeling col cinema sperimentale e coi Maestri dell’animazione a passo uno…

Fortunatamente, il pubblico che nei giorni scorsi ha seguito CiakPolska alla Casa del Cinema non era composto degli stessi elementi. Ed è pertanto in religioso silenzio che ci siamo potuti gustare l’umbratile, cupo, nonché lisergico e fantasmagorico, Sanatorium Under The Sign of the Hourglass, altro film approntato dai Quay Bros attraverso un’elegante giustapposizione di tecniche differenti, con una cornice narrativa abitata da personaggi in carne ossa e scene di animazione a passo uno ad arricchire ulteriormente un labirintico, finanche paradossale universo fantastico. Giacché in tale opera, ispirata a un romanzo del 1937 di Bruno Schulz, scrittore e disegnatore polacco (la cui scelta è solo un’ulteriore conferma dello speciale legame che i due fratelli hanno con la Polonia), ci si relaziona anche con particolari paradossi spazio-temporali, flebilmente impressi su uno sfondo di matrice esoterica: come osservato in una sorta di “scatola magica”, il protagonista Jozef approda infatti dopo uno spettrale viaggio in treno a quel misterioso, remoto sanatorio galiziano, sulla cui insegna campeggia non a caso una clessidra, dove per ammissione dell’enigmatico dottor Gotard il tempo sembra scorrere diversamente. E così può accadere che il defunto padre di Josef, quasi parafrasando il ben noto paradosso del gatto di Schrödinger, altrove risulti morto mentre lì, in quella dimensione distorta, sia ancora in grado di interfacciarsi col figlio. Da questo loro incontro “ai confini della realtà” prendono poi vita quegli scenari frammentati e onirici, animati a passo uno, attraverso i quali la poetica dei Quay Bros, animata da un profondo senso misterico le cui tinte dark per quanto lugubri possiedono un’impronta assai seducente, si riflette in un immaginifico percorso che tanto per il protagonista che per lo spettatore assumerà tutti i requisiti del viaggio iniziatico. Tra elaborazione del lutto e (ri)scoperta di sé.

Stefano Coccia

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