A Quito va in scena la tragedia dell’alta società
Lei, Marcela, è un’affermata scrittrice, più abituata a vivere pienamente i sentimenti su carta o sulla tastiera che all’interno di un ormai usurato rapporto di coppia. Il marito, chirurgo di fama, presenta infatti tutti i sintomi di una stagnazione emotiva ancora più profonda. E a farne le spese più di qualsiasi altro è la figlioletta adolescente. Anche perché il fatto di studiare in una scuola piena di rampolli dell’alta borghesia, perlopiù gente anaffettiva e portata alla competizione, è cosa che può mettere molto a disagio spiriti animati da una sensibilità differente, specie in un ambiente urbano come quello di Quito, segnato da forti, evidenti spaccature sociali.
Questo sfondo famigliare in chiaroscuro (più scuro che chiaro, a dirla tutta) è forse l’elemento più significativo del lungometraggio presentato nella sezione “Newcomers” al milanese Oltre lo specchio Film Festival 2025, Deep End (Los Ahogados, 2025) di Juan Sebastián Jácome & Víctor Mares, frutto di una co-produzione tra Ecuador e Uruguay. Proprio la vivacità di tali cinematografie latinoamericane non ci è affatto ignota, a tornarci in mente è del resto quell’Ecuador Festival messo in cascina nel dicembre 2012 dagli stessi organizzatori del Genova Film Festival, forti del fatto che proprio in terra ligure risiedesse una comunità di persone emigrate da tale paese molto coesa, numericamente rilevante e capace di esprimersi con un certo fervore anche sul piano culturale. Così non furono affatto poche le scoperte cinefile dotate di qualche spessore.
Torniamo però alla storyline di Deep End. I precari equilibri della famiglia poc’anzi descritta sono destinati ad andare in crisi nell’arco di una nottata. Proprio mentre la scrittrice protagonista è lontana da casa, un misterioso “incidente” fa sì che la polizia scopra in piscina il cadavere di una domestica, la più giovane. I sospetti cadono subito sull’uomo che si occupa della vigilanza nella ricca villa. Molto presto però si comincia a intuire qualcosa di ben più marcio, corrotto, sia nell’episodio in sé, sia nell’ambigua reazione all’accaduto da parte delle autorità e dei membri adulti della famiglia…
Il lungometraggio diretto da Juan Sebastián Jácome & Víctor Mares è animato da una strana dicotomia. Come in molto altro cinema latinoamericano, laddove sono le barriere di classe a salire in primo piano tanto lo script che la regia offrono il meglio. Sull’etica pericolante dei protagonisti si addensano nubi scure. Mentre sul piano spaziale il cancello che separa la villa dal mondo esterno diventa linea di demarcazione anche simbolica, più volte valicata dall’irrompere in scena di elementi irrazionali, ma soprattutto terra di nessuno in cui finiscono per confrontarsi l’incombente fuori campo rappresentato dalla Quito più povera e lo sguardo preoccupato della coppia, entrambi minati – seppur in misura diversa – da segreti inconfessabili e da latenti sensi di colpa.
L’impalcatura del film scricchiola, invece, allorché si prova ad introdurre aspetti più facilmente assimilabili al “mistery”, il che suona strano se si considera quanta incidenza abbia il cosiddetto “realismo magico”, assieme alle tensioni politico-sociali testé evidenziate, in molte filmografie dell’America Latina. Vi sono scene allucinatorie che comunque lasciano il segno, rompendo la quotidianità con la loro impronta ansiogena, disturbante. Trattasi a volte di immagini quasi subliminali, dal vago retrogusto “lynchano”, come ad esempio l’uccello schiantatosi sul vetro al posto del cui corpicino la protagonista trova, per terra, un cellulare che squilla. Eppure, restano perlopiù intuizioni slegate, isolate, a volte persino fuori contesto, che possono creare po’ di disagio nello spettatore ma non ancorarlo in profondità alle tensioni sviluppatesi, nel frattempo, tra i personaggi chiave del racconto.
Stefano Coccia









