L’eterno riposo dona sullo schermo, o Signore
Santo Stefano non è un onomastico come gli altri. Rappresenta, pure a livello liturgico, una tappa importante nelle festività natalizie, in quanto celebrazione del primo martire o “protomartire”. Tanto da essere cerchiato in rosso sul calendario. Un interprete sopraffino quale Stefano Antonucci ha scelto (al pari di chi scrive) un modo assai singolare, per festeggiare tale ricorrenza cui il nome indubbiamente lo lega. La sera del 26 dicembre all’Azzurro Scipioni di Roma sono stati infatti proiettati ben due film, che hanno visto la sua partecipazione attoriale: l’ottimo Discesa libera di Sandro Torella e l’ancor più sorprendente RIP di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis. Ad introdurre la proiezione di RIP delle 19 vi erano per l’appunto Stefano Antonucci assieme ad un’altra magnifica attrice, Nina Pons, e a uno dei due autori, Alessandro D’Ambrosi, che per l’occasione ha portato anche i saluti di Santa De Santis.
Davvero emozionante la loro presentazione in sala, a riprova della genuinità di certo cinema indipendente italiano. E particolarmente intensa, per ragioni su cui non ci si intende qui soffermare ma che hanno a che fare con la cosiddetta “elaborazione del lutto”, lo è stata per il sottoscritto, recatosi non a caso a vedere il film per la seconda volta in poche settimane.
Ma cosa ha RIP di così speciale, nel panorama talora un po’ logoro, spento dell’attuale cinema italiano? Quella che in condominio con Orfeo di Virgilio Villoresi è stata per noialtri, almeno tra le produzioni nostrane, l’uscita cinematografica più brillante e significativa del 2025, riporta alla luce (o “riesuma”, per restare in tema) una felice commistione di generi, traccia feconda nel panorama internazionale e troppo poco praticata alle nostre latitudini.
Commedia dai tratti surreali, “Ghost Story” perfettamente incastonata nella sua cornice capitolina, riflessione cinematografica non banale sulle diverse forme di solitudine del presente, “Dark Comedy” con tanto di trafugatori di salme in azione (a Mike Bongiorno, in qualunque piano dimensionale egli si trovi, saranno senz’altro fischiate le orecchie), stravolto coming of age con drammi famigliari incorporati, RIP è un lungometraggio in cui l’insolita interazione tra i vivi e i morti produce originali spunti comici ma anche momenti di grande tenerezza ed empatia. Come a ribadire, intanto, le notevoli capacità di scrittura dei rodatissimi Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, duo approdato così all’esordio cinematografico ma che avevamo già avuto modo di apprezzare nella ricca produzione breve (il cortometraggio Buffet, su tutti), in qualche innovativo prodotto seriale e anche a teatro.
Venendo alla “fredda cronaca” o, per meglio dire, alla pagina dei necrologi, protagonista di RIP è il disincantato Leonardo, redattore specializzatosi proprio nel “necrologio” per il suo giornale dopo aver tentato senza troppa convinzione il percorso dello “scrittore”, condizionato in questo come in altri aspetti della vita da un background famigliare e da rapporti di coppia tutt’altro che sereni, felici.
In una notte tanto tragica quanto magica al Verano, cimitero monumentale di Roma, un assurdo e improvviso lutto famigliare propizierà per lui un assai differente rapporto con la figura paterna, con una fascinosa ragazza incontrata da poco e con la vita stessa. Tutto questo anche grazie al miracoloso incontro con spettri di varie epoche, perlopiù giovani dame andate incontro a a un Fato tristissimo, il cui desiderio di riassaporare le sensazioni più intense e appaganti dei vivi finirà per contagiare anche lui, da troppo tempo in preda alla più totale apatia.
Aggiornando alle tare del mondo contemporaneo il mood umbratile, delicato ma a tratti anche mordace di quei piccolo gioiello cinematografico firmato nel 1961 da Antonio Pietrangeli, Fantasmi a Roma, Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis sono riusciti nel piccolo miracolo d’intrecciare tra loro romanità e scorie di un immaginario fantastico d’oltreoceano, divertentissime citazioni e approcci più personali al racconto. Se difatti i richiami a Ghost, all’Alberto Sordi di Un americano a Roma, al cinema di Fellini e ai Ghostbusters sono tanto evidenti quanto riusciti e sfiziosi, qualche “detour” come il blitz dei nostri eroi sui luoghi dello sbarco di Anzio (contesto recentemente esplorato, da una differente prospettiva, dal Donato Leoni di Who Was He) riserva persino maggiori sorprese. La fotografia satura di Matteo Rea e le musiche di Daniele Silvestri contribuiscono poi ottimamente alla trasognata atmosfera, che aspira a una forma di atemporalità pur custodendo vari segni di un presente in cui le interazioni sociali si fanno spesso difficili, aride. Dietro la più che valida resa cinematografica si percepisce poi la presenza di una “factory” affiatata e coesa. A partire naturalmente dal cast: intorno a un Augusto Fornari calatissimo nella parte si muovono diverse figure in grado di lasciare un segno, dalla co-protagonista Caterina Gabanella (ex pattinatrice Bronzo ai Mondiali) al già menzionato Stefano Antonucci, dal sempre vulcanico Ernesto Mahieux all’altro veterano Antonio Catania, dal simpaticissimo Maurizio Bousso alla sempre pepata Daniela Terreri, dalla compianta Paila Pavese (allorché la realtà e la finzione mestamente si sovrappongono) al “milite ignoto” Pietro Romano. Ma più feconda di tutte resta l’interazione tra il protagonista e l’ectoplasmatico trio composto da Valerio Morigi, da Giulia Michelini e – come accennato in apertura – da Nina Pons. Assieme a loro ci si diverte, ragionando al contempo sul senso più profondo della vita e della morte. Per cui, dato che il cinema indipendente è sovente in balia di programmazioni irregolari, a macchia di leopardo, l’invito è a tenere d’occhio i diversi canali distributivi per potersi magari gustare RIP sul grande schermo, come il pubblico dell’Azzurro Scipioni potrà nuovamente fare il 6 gennaio (altra festa, del resto: l’Epifania) e l’11 gennaio del 2026.
Stefano Coccia









